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Terapia
La
precisazione, quando possibile, dei fattori etiologici e dei meccanismi
patogenetici che determinano l'insorgenza ed il mantenimento delle sindromi
asmatiche rappresenta la premessa indispensabile per una corretta impostazione
terapeutica.
Nei
casi di asma bronchiale in cui siano stati individuati i fattori etiologici
responsabili delle manifestazioni cliniche, vanno attuati quei provvedimenti che
consentono di attuare la cosiddetta terapia specifica.
Nel
trattamento delle sindromi asmatiche, inoltre, assumono notevole importanza i
provvedimenti terapeutici compresi sotto la generica espressione di terapia
aspecifica, che deve tener conto dei numerosi fattori che concorrono in varia
associazione al determinismo dell'affezione. In questa sede ci si limiterà ad
alcune precisazioni di carattere generale, rinviando per i dettagli al capitolo
dedicato alla terapia delle sindromi allergiche. TERAPIA SPECIFICA
La
terapia specifica delle sindromi asmatiche ad etiopatogenesi allergica si attua
precipuamente con l'impiego di due metodi: l'eliminazione dell'esposizione agli
allergeni responsabili e l'immunoterapia specifica.
L'eliminazione
dell'esposizione agli allergeni responsabili della sensibilizzazione rappresenta
pur sempre, qualora realizzabile, il metodo di elezione. Purtroppo, essa risulta
attuabile in maniera completa soltanto in un numero limitato di casi e per
alcune categorie di allergeni da inalazione o da ingestione.
Nelle
sindromi asmatiche da Dermatofagoidi o da altri allergeni ambientali deve
essere, comunque, sempre consigliato ai pazienti di migliorare le condizioni
igieniche dell'abitazione, eliminando soprattutto vari ricettacoli di polvere.
Particolare attenzione deve essere rivolta agli effetti letterecci: materassi e
cuscini di lana o piume vanno eliminati e sostituiti con altri, ad esempio in
gommapiuma, da rinnovare frequentemente, anche ogni 2-3 anni.
È stato proposto anche l'uso di acaricidi per il trattamento di
materiali di imbottitura, tappeti e moquettes. In alcuni casi è anche utile la
quantificazione del contenuto in acari di determinati ambienti, attualmente
facilitata dall'impiego di semplici test colorimetrici, che si basano
sull'escrezione di prodotti azotati, sotto forma di guanina, da parte di
artropodi cheliferi, come i Dermatofagoidi.
Deve
essere altresì consigliato l'allontanamento di animali domestici, non soltanto
nei casi di pazienti con accertata ipersensibilità a derivati animali, ma in
tutti i casi di asma bronchiale. Infatti, i derivati animali possiedono un
elevato potere allergenico, per cui può venirsi a creare una nuova
sensibilizzazione; ancora, la polvere ambientale può facilmente essere
veicolata dagli animali, con conseguente maggiore esposizione dei pazienti.
Questi
semplici provvedimenti, in apparenza banali, risultano invece di estrema
importanza e possono condurre di per sé ad un sostanziale miglioramento clinico
nelle forme di asma bronchiale da allergeni ambientali e ad una riduzione della
broncoreattività specifica ed aspecifica, indipendentemente da ogni altro
trattamento, immunoterapico specifico o farmacologico (Platts Mills, 1988).
I
problemi risultano, ovviamente, più complessi nei casi di asma bronchiale
professionale, dovuti a sostanze presenti esclusivamente nell'ambiente di
lavoro; in tali casi può essere soltanto suggerito al paziente di cambiare
attività lavorativa o almeno, nel caso di lavorazioni industriali, di chiedere
di essere trasferito ad altro reparto lavorativo, in modo da evitare
l'esposizione diretta all'allergene.
L'immunoterapia
specifica (ITS), che consiste nella somministrazione di estratti allergenici
specifici per via sottocutanea a dosi progressivamente crescenti, consente di
ottenere ottimi risultati nella grande maggioranza dei casi di asma bronchiale
ad etiopatogenesi allergica, come documentato in maniera ineccepibile da
numerosi studi rigorosamente controllati (Serafini e Coll., 1980; Bousquet e
Coll., 1987).
Deve
essere ricordato che negli ultimi anni sono state proposte, oltre alla classica
via sottocutanea, vie alternative di somministrazione dell'ITS (orale,
sublinguale, inalatoria); per un giudizio definitivo su questi nuovi schemi di
ITS è necessario attendere i risultati di studi controllati e su vaste
casistiche.
L'indicazione
elettiva dell'ITS è rappresentata, infatti dalle sindromi allergiche
respiratorie da allergeni da inalazione, sostenute da reazioni IgE-mediate, la
cui diagnosi etiologica appaia documentata dalla positività dei test cutanei
e/o dei test sierologici per la dimostrazione di IgE specifiche, nelle quali la
concordanza di questi dati con quelli anamnestici assegni un indiscutibile
significato etiologico alla sintomatologia clinica presentata dal paziente.
L'ITS,
che deve essere considerata essenzialmente un trattamento a carattere
preventivo, va attuata nelle fasi di remissione della sintomatologia e deve
essere protratta per più anni consecutivi.
Di
particolare importanza appaiono alcune recenti osservazioni secondo cui viene
praticata con dosaggi sufficientemente elevati di estratti allergenici e
protratta per più anni, provoca la scomparsa od una netta riduzione delle
risposte tardive dopo test di provocazione specifico, oltre ad una frequente
riduzione della broncoreattività aspecifica.
I
meccanismi attraverso cui l'ITS agisce sono complessi e molteplici (produzione
di anticorpi bloccanti della classe IgG, diminuita sintesi di IgE specifiche,
progressiva iposensibilizzazione delle cellule-bersaglio ecc.) ed intervengono
in varia misura nei singoli casi. È
di comune riscontro, comunque, una riduzione della reattività bronchiale
specifica, dimostrabile mediante valutazione comparativa della soglia
allergenica necessaria per produrre una positività dei test ovvero dei livelli
dei diversi mediatori, che possono essere dosati nel liquido di lavaggio
bronchiale. La minore reattività cellulare nei confronti dell'allergene
specifico può essere anche valutata in vitro: ad esempio, nella maggior parte
dei pazienti trattati con ITS con risultati favorevoli si osserva una riduzione
della "releasability di mediatori, della proliferazione linfocitaria e
della produzione di linfochine indotte dall'allergene specifico. Anche
l'intensità delle positività dei test cutanei all'allergene specifico può
risultare diminuita dopo ITS, sebbene questi reperti non appaiano sempre
strettamente correlati al risultato clinico. TERAPIA ASPECIFICA
La
terapia farmacologica, che può essere impiegata anche come coadiuvante della
terapia specifica, deve essere rivolta essenzialmente a prevenire ed a
combattere la flogosi che, come riportato in precedenza, è alla base di tutte
le forme di asma bronchiale.
Oltre
alla terapia sintomatica ad azione broncodilatatrice, debbono essere attuate una
terapia antiflogistica ed una eventuale terapia collaterale, che vanno praticate
con vari farmaci e con modalità diverse nelle varie fasi dell'asma bronchiale,
come sarà esposto nell'ultimo paragrafo, che comprenderà alcuni schemi di
condotta terapeutica.
In
merito alla terapia sintomatica ad azione broncodilatrice, debbono essere presi
brevemente in esame gruppi diversi di farmaci: simpaticomimetici (beta2-agonisti
adrenergici), anticolinergici (antimuscarinici) e teofillinici.
I
simpaticomimetici possiedono vari effetti utili nel trattamento della crisi
asmatica acuta: infatti, oltre alla ben nota azione rilasciante sulla
muscolatura liscia bronchiale, stimolano la "clearance" muco-ciliare
e, attraverso l'aumento del cAMP cellulare, riducono la liberazione di mediatori
indotta da stimoli immunologici od extra-immunologici.
Tra
i beta2-agonisti adrenergici si ricordano il salbutamolo, il fenoterolo e, di più
recente disponibilità, il carbuterolo, il clenbuterolo, il procaterolo, il
pirbuterolo e il reproterolo. Sono stati già registrati o sono in fase avanzata
di sperimentazione clinica alcuni profarmaci (bitolterolo, ibuterolo,
bambuterolo, broxaterolo ecc.); i cui principi attivi vengono liberati ad opera
di enzimi esterasici a livello bronchiale, così da evitare la maggior parte
degli effetti collaterali legati alla stimolazione dei recettori adrenergici a
livello cardiaco e muscolare (tachicardia, tremori ecc.).
Tra
i beta2-agonisti di più recente sintesi, saranno presto disponibili il
salmeterolo ed il formoterolo, a cui lunga durata d'azione, in grado di
attenuare anche le reazioni asmatiche di tipo ritardato.
Per
quanto concerne la via di somministrazione, la via inalatoria deve essere
considerata elettiva, anche perché consente di ottenere risultati terapeutica
mente efficaci con dosi relativamente modeste di un farmaco, pressoché scevre
da effetti collaterali.
Nella
crisi asmatica acuta le dosi dei beta2-agonisti
per via inalatoria debbono essere largamente superiori a quelle abituali, in
quanto, oltre all'esistenza di una parziale refrattarietà dei beta2-recettori,
l'entità della broncodilatazione aumenta in rapporto lineare non con la dose
del beta2agonista ma con il suo logaritmo. Ad esempio, in una crisi asmatica
grave possono essere somministrate per via inalatoria dosi di 1000-2000 mcg di
fenoterolo ovvero di 500-1000 mcg di salbutamolo, cioè l'equivalente di 5-10
puff. I migliori risultati si ottengono somministrando l'intera dose del
beta2-agonista in maniera frazionata, ad esempio con due erogazioni per volta,
da ripetersi ad intervalli di 10-15 minuti in caso di necessità.
Un
problema di non trascurabile importanza è quello del frequente uso scorretto
degli erogatori dosati: infatti, a parte l'abuso, a volte smodato, che non pochi
pazienti ne fanno, con numerose erogazioni in rapida sequenza, si nota sovente
una mancanza di sincronismo tra erogazione ed inspirazione, con conseguente
deposizione del farmaco nell'orofaringe e sua successiva ingestione, la qual
cosa riduce gli effetti terapeutici validi. In alcuni casi è utile l'impiego di
"adattatori" interposti tra l'erogatore e la bocca del paziente;
queste "camere di nebulizzazione" non soltanto permettono l'ingresso
nell'albero tracheo-bronchiale di quantità sufficienti del farmaco anche in
caso di mancato sincronismo tra erogazione ed inspirazione ma trattengono altresì
le particelle aerosolizzate più grandi, che verrebbero altrimenti ingerite o
depositate sulla mucosa oro-faringea.
Per
via parenterale, soprattutto endovenosa, si possono raggiungere in brevissimo
tempo livelli ematici molto elevati e si ottengono quasi sempre, anche negli
stadi più avanzati dell'asma bronchiale, buoni effetti terapeutici. Tuttavia,
in considerazione degli effetti collaterali, in particolare di quelli
cardiostimolanti, aggravati spesso dalle particolari condizioni fisiopatologiche
del paziente (ipossiemia, acidosi respiratoria ecc.) e del contemporaneo impiego
di teofillinici, la somministrazione endovenosa di beta2-agonisti andrebbe
riservata agli ambienti ospedalieri, in cui sia possibile un monitoraggio della
funzionalità respiratoria e cardiocircolatoria.
Per
via orale i beta2-agonisti vengono assorbiti più lentamente, per cui l'azione
broncodilatatrice è piuttosto tardiva, anche se prolungata; inoltre, sono
necessarie dosi molto più elevate di quelle somministrate per via inalatoria,
con possibilità di più frequente insorgenza di fenomeni collaterali. Per
questi motivi, a nostro avviso, la via orale può trovare indicazioni, in
alternativa alla via inalatoria, soltanto nelle forme lievi di asma bronchiale e
nelle fasi intercritiche, quale terapia di mantenimento, per assicurare una
persistente riduzione del tono bronchiale.
L'impiego
degli anticolinergici nella terapia dell'asma bronchiale era stato limitato in
passato dai notevoli effetti collaterali; nell'ultimo decennio, però, sono
stati sintetizzati farmaci antimuscarinici (soprattutto l'ipratropium bromuro ma
anche l'oxitropium bromuro e la telenzepina), dotati di buona azione
broncodilatatrice e pressochè privi di effetti collaterali, in quanto agiscono
quasi esclusivamente a livello dei recettori M1.
Anche
secondo la nostra esperienza l'attività broncodilatatrice degli antimuscarinici
risulta inferiore e meno rapida rispetto a quella dei beta2-agonisti, anche se
più duratura. Per queste caratteristiche gli antimuscarinici sembrano più
idonei per un impiego nelle fasi intercritiche che per il trattamento della
crisi asmatica acuta.
Di
maggiore utilità, in questo senso, appaiono le associazioni precostituite di
antimuscarinici e beta2-agonisti, che svolgono anche un certo effetto sulla
broncoreattività aspecifica.
Gli
effetti terapeutici dei teofillinici sono legati essenzialmente al rilasciamento
della muscolatura liscia bronchiale e, in parte, alla riduzione della
liberazione di mediatori; entrambe queste azioni appaiono correlate
all'inibizione delle fosfodiesterasi, con conseguente aumento del cAMP
cellulare.Recenti indagini, comunque, sembrano dimostrare altre attività dei
teofillinici: un effetto sulla distribuzione intracellulare del calcio;
un'azione antagonista nei confronti di alcune prostaglandine; un'azione di
stimolo sulla liberazione di catecolamine endogene; un potenziamento
dell'attività dei beta2-agonisti; un effetto inibente sul cGMP; un'azione
antagonista sui recettori per l'adenosina; un effetto migliorativo sulla
contrattilità del diaframma.
Per
quanto riguarda la farmacodinamica e la farmacocinetica, è dimostrato che
l'azione broncodilatatrice è correlata alla concentrazione plasmatica di
teofillina, iniziando da concentrazioni di
5 mcg/ml e divenendo ottimale con valori di teofillinemia superiori a 10
mcg/ml. Va rilevato, però, che effetti collaterali da sovradosaggio (cefalea,
nausea, vomito, ipotensione arteriosa, tachicardia, comparsa di aritmie,
convulsioni ecc.) si osservano con valori di teofillinemia superiori a 20 mcg/ml.
È dunque evidente che, al fine di ottenere effetti terapeutici utili, in
assenza di effetti indesiderati, è necessario che la teofillinemia rimanga
entro un "range" compreso tra 10 e 20 mcg/ml.
Attualmente
si conosce che numerosi fattori sono, però, in grado di influenzare il
metabolismo della teofillina: una ridotta "clearance" si osserva,
infatti, in varie condizioni (prematurità od età avanzata, obesità,
epatopatie ecc.), mentre, all'inverso, un'aumentata "clearance" si
rileva nell'infanzia e nell'adolescenza, nei forti fumatori, nei soggetti a
diete povere di carboidrati ecc. Inoltre, può osservarsi un'ampia variabilità
individuale nella risposta al trattamento teofillinico. Tutto ciò concorre a
rendere indispensabile un monitoraggio dei livelli teofillinemici, al fine di
adeguare i dosaggi al singolo caso, fino a giungere ad un dosaggio
personalizzato.
Nelle
fasi acute delle sindromi broncostruttive si impiegano derivati solubili della
teofillina; la preparazione più largamente impiegata è l'aminofillina (teofillina-etilendiamina),
che contiene l'86% di teofillina. In merito alla via di somministrazione, la via
endovenosa rimane quella elettiva nelle fasi acute delle sindromi asmatiche. La
modalità più adeguata di somministrazione consiste, a nostro parere, in un
carico iniziale (5 mg/kg), per fleboclisi rapida, della durata di 20 minuti
circa, seguita da una dose di mantenimento in fleboclisi lenta (0,9 mg/kg/h). Il
calcolo del dosaggio da utilizzare nel singolo paziente può essere facilmente
eseguito con l'ausilio di un semplice monogramma.
Una
volta superata la fase acuta, si può passare alla via orale, per continuare il
trattamento a scopo preventivo. La via orale, giudicata in passato poco
efficace, è stata invece recentemente rivalutata, soprattutto in seguito
all'introduzione in commercio di preparati di teofillina anidra a cessione
controllata, per i quali è sufficiente la somministrazione due volte e, per
alcuni farmaci, anche una sola volta al giorno. Il problema fondamentale del
trattamento con teofillinici per via orale è quello della tolleranza: infatti,
i dosaggi considerati necessari per raggiungere in fase di "steady
state" una teofillinemia compresa nel "range" terapeuticamente
utile sono, in genere, mal tollerati, con la comparsa di frequenti, anche se non
gravi, fenomeni indesiderati (disturbi dispeptici, tachicardia, cefalea ecc.).
Una
terapia antiflogistica preventiva, volta ad inibire (o ridurre) la liberazione
di mediatori si è resa possibile, negli ultimi decenni, mediante l'impiego del
sodio cromoglicato (SCG), un derivato della semne del cromom, sommmistrato per
via inalatoria, sotto forma di polvere micronizzata (60-80 mg/die, in 3-4
somministrazioni) od in aerosol pressurizzato (10 mg 4/die).
Del
tutto recentemente è stato sintetizzato un nuovo composto, il sodio nedocromile
(sale sodico dell'acido piranochinolindicarbossilico), che si è dimostrato
molto efficace nel prevenire le crisi asmatiche indotte da allergeni, esercizio
fisico, nebbia ultrasonica ed anche da anidride solforosa e da adenosina, su cui
il SCG esercita una scarsa azione preventiva. Tra l'altro, il farmaco previene
non soltanto la reazione asmatica di tipo immediato ma anche, seppure in grado
minore, l'eventuale reazione tardiva, svolgendo pertanto una spiccata azione
antiflogistica. Questo farmaco, inoltre, inibisce o riduce l'attivazione di vari
elementi cellulari (piastrine, eosinofili ecc.) provvisti di recettore a bassa
affinità per le IgE e la chemiotassi neutrofila ed eosinofila. In studi clinici
controllati il sodio nedocromile, somministrato per via inalatoria mediante
erogatore dosato pressurizzato (2 puff da 2 mg ogni 6 ore), ha mostrato un buon
effetto preventivo in tutte le forme di asma bronchiale, in assenza di effetti
collaterali.
Nell'ambito
di un trattamento preventivo possono essere presi in considerazione gli
antistaminici di sintesi. Quelli di prima generazione non si sono dimostrati in
grado (almeno nella specie umana, a differenza di quanto si è osservato in
alcuni animali da esperimento) di antagonizzare-gli effetti dell'istamina sulla
muscolatura liscia bronchiale.
Tra
gli antistaminici di seconda generazione, di largo impiego clinico è il
chetotifene, dotato non soltanto di attività antistaminica, ma anche di attività
stabilizzante la membrana mastocitaria e, in parte, di attività anti-PAF, come
documentato da varie indagini sperimentali. Il farmaco viene somministrato per
via orale e si dimostra spesso in grado di prevenire l'asma bronchiale indotto
da stimoli diversi, specifici ed aspecifici. Il trattamento deve essere
protratto per più settimane (l'unico effetto collaterale di rilievo è
rappresentato da un discreto effetto sedativo) prima di giudicare sull'efficacia
del farmaco. Gli antistaminici più recenti (loratadina, cetirizina ecc.) sembrano poter svolgere un ruolo utile, soprattutto a scopo preventivo. Questi farmaci, infatti, oltre ad essere dotati di un'ottima selettività nei confronti dei recettori H1 e ad essere privi di attività sedativa, presentano i vantaggi di un assai rapido inizio d'azione e di una lunga emivita, per cui può risultare sufficiente un'unica somministrazione giornaliera. Oltre all'attività antistaminica, la loratadina e la cetirizina esplicano un'azione inibente sul rilascio di istamina e di vari altri mediatori, nonché sul reclutamento e sull'attivazione di diversi elementi cellulari (eosinofili, neutrofili ecc).
Per
quanto riguarda i glicocorticoidi, è ben noto che i risultati terapeutici
indotti nell'asma bronchiale da questi ormonifarmaci sono da attribuire
essenzialmente alla loro attività antireattiva ed antiflogistica.
Essi,
infatti, oltre ad un'intensa azione antipermeabilizzante ed antiedemigena,
svolgono un'azione inibente sulla proliferazione e sulla migrazione di vari
elementi cellulari implicati nella risposta flogistica, esercitando anche un
effetto di stabilizzazione delle membrane cellulari e subcellulari, soprattutto
lisosomiali, con conseguente inibizione della liberazione di idrolasi acide, che
possono incrementare e prolungare la risposta flogistica.
Di
particolare importanza, per l'attività antiflogistica dei glicocorticoidi, è
l'inibizione della fosfolipasi A2 (PLA2), enzima che rappresenta un elemento
cruciale della risposta flogistica. Infatti, i glicocorticoidi, inibendo la
PLA2, determinano una minore disponibilità di acido arachidonico libero
precursore, prevenendo così la formazione di eicosanoidi (prostaglandine,
leucotrieni, trombossani), importanti mediatori della flogosi.
L'inibizione
della PLA2 da parte dei glicocorticoidi non è dovuta ad un effetto diretto
sull'enzima, ma dipende dalla capacità degli steroidi di indurre la formazione
di lipocortine, cioè di proteine ad effetto inibente sulla PLA2, che agiscono
come "secondo messaggero" dell'effetto antiflogistico dei
glicocorticoidi.
La
via elettiva di somministrazione dei glicocorticoidi nell'asma bronchiale è
quella inalatoria (2 puff di beclometasone dipropionato, flunisolide,
budesonide, fluticasone ecc. 3-4 volte al giorno), in quanto consente di portare
il farmaco direttamente a livello dell'organo bersaglio, cioè dell'albero
bronchiale, evitando la comparsa degli effetti legati alla somministrazione
sistemica.
Questo
trattamento topico, praticato regolarmente ed a dosi sufficientemente elevate,
appare in grado di modificare sostanzialmente il decorso dell'asma bronchiale,
senza produrre, almeno alle dosi comunemente impiegate, effetti collaterali
(l'unico effetto indesiderato di un certo rilievo è rappresentato, nei
trattamenti protratti, da una frequente candidosi del cavo orale).
Nelle
forme di asma bronchiale più gravi (stato di male asmatico e stadi più gravi
dell'asma, resistenti a qualsiasi altro presidio terapeutico) i glicocorticoidi
debbono essere, invece, somministrati per via generale, anche perché gli
steroidi per uso topico risultano inefficaci nell'attacco asmatico acuto, in
quanto, a causa dell'intensa ostruzione bronchiolare, non riescono a raggiungere
le vie aeree inferiori.
Per
quanto riguarda le modalità del trattamento con glicocorticoidi per uso
sistemico nell'asma bronchiale, bisogna preliminarmente distinguere i
trattamenti intensivi a breve termine ed i trattamenti a lungo termine.
Nel
trattamento intensivo a breve termine dell'attacco asmatico acuto i
glicocorticoidi debbono essere somministrati, a nostro parere, a dosi elevate
(ad esempio, 40-80 mg/die di metilprednisolone ovvero 8-12 mg/die di
betametasone in soggetti adulti ovvero, in età pediatrica, dosi equivalenti a
1-2 mg/kg/die di prednisone), frazionate nel corso della giornata,
preferibilmente per via parenterale.
Come
già accennato in precedenza, la remissione della crisi asmatica, con
reversibilità totale o parziale dei vari parametri di funzionalità
respiratoria, può intervenire con varie modalità: bruscamente, sin dalle prime
ore o dai primissimi giorni di trattamento ("fast responders");
gradualmente, nell'arco di alcuni giorni di trattamento ("slow
responders"); molto lentamente, dopo un periodo divari giorni in cui non si
rileva alcuna variazione dei parametri funzionali respiratori ("apparente
irreversibilità").
A
nostro avviso, le dosi elevate di glicocorticoidi vanno mantenute finché gli
indici di reversibilità continuino a migliorare, cioè fino a quando non si sia
raggiunta una stabilizzazione di questi indici, quale massimo grado di
reversibilità ottenibile nel singolo paziente in una determinata fase della
sindrome asmatica. Soltanto allora si potrà procedere ad una graduale riduzione
dei dosaggi, con somministrazione dei glicocorticoidi per via orale e secondo
schemi terapeutici basati sulle moderne acquisizioni della cronofarmacologia
(dose unica al mattino od a giorni alterni ecc.). La sospensione dei
glicocorticoidi per via generale potrà poi avvenire quando dosi molto ridotte,
equivalenti a l mg di betametasone a giorni alterni, si dimostrino sufficienti
ad assicurare una persistente remissione della sintomatologia.
Deve
essere ribadito che nelle crisi asmatiche gravi e nello stato di male asmatico,
potenzialmente fatali, i glicocorticoidi costituiscono "life-saving
drugs", cioè medicamenti in grado di salvare spesso la vita del paziente,
per cui il rapporto costi/benefici risulta nettamente a favore di questi
ormoni-farmaci, dovendo essere accettati anche gli effetti collaterali, i quali
peraltro appaiono modesti nei trattamenti a breve termine.
Sulla
base di questo principio, è evidente che la mancata somministrazione dei
glicocorticoidi nelle crisi gravi di asma bronchiale, ed anche la loro
somministrazione a dosi inadeguate, costituiscono gravi errori di omissione.
Nel
trattamento a lungo termine, da noi ritenuto non consigliabile e comunque da
attuare soltanto in casi assolutamente eccezionali e ben selezionati di pazienti
cortisono-dipendenti, debbono essere impiegate, invece, dosi modeste di
glicocorticoidi, generalmente per via orale, cioè le dosi minime sufficienti
per evitare riacutizzazioni della sindrome asmatica, al riparo da eccessivi
effetti collaterali. Inoltre, periodicamente, almeno una volta l'anno, deve
essere effettuato un tentativo di sospensione del trattamento steroideo. SCHEMI DI CONDOTTA TERAPEUTICA
Nella
terapia dell'asma bronchiale deve essere ricordato che gli asmatici
rappresentano un gruppo estremamente eterogeneo di pazienti, in cui si possono
riscontrare: a)diversi fattori scatenanti la crisi asmatica; b)una diversa
localizzazione dell'ostruzione delle vie aeree; c)un diverso grado di
reversibilità; d)una disposta ai vari farmaci; e)una diversa suscettibilità
alla comparsa di effetti collaterali causati dai singoli farmaci.
Da
questa premessa deriva la necessità pratica di attuare la terapia dell'asma
bronchiale con più farmaci a diverso meccanismo d'azione, in modo da realizzare
una vera e propria strategia terapeutica, personalizzata anche per quanto
riguarda il dosaggio di ciascun farmaco. Infatti, la terapia deve essere sempre
individualizzata e periodicamente modificata, nei singoli pazienti, in rapporto
all'evoluzione clinico-funzionale della sindrome broncostruttiva.
La
condotta terapeutica, in effetti, dovrebbe essere impostata non soltanto sulla
base dei dati clinici, ma anche sulla base di alcuni parametri funzionali. Ciò,
ovviamente, è più facilmente realizzabile in ambiente ospedaliero; in ogni
caso, comunque, alcune attrezzature semplici ed economiche, ma in grado di
fornire dati sufficientemente significativi (come gli spirometri portatili o gli
apparecchi per la rilevazione del picco di flusso espiratorio), sono alla
portata di ogni medico e degli stessi pazienti.
Pur
tenendo conto dei limiti sopra accennati, possono essere suggeriti i seguenti
schemi di condotta terapeutica:
1)nell'asma
asintomatico, cioè nelle fasi intercritiche della sindrome asmatica, deve
essere attuata una terapia preventiva, basata sull'immunoterapia specifica,
nelle forme in cui vi siano indicazioni a tale trattamento, e sulla
somministrazione di farmaci ad azione inibente sulla liberazione di mediatori
(sodio cromoglicato, nedocromile sodico ecc.). Inoltre, può risultare utile un
trattamento "longterm" con broncodilatatori, in modo da assicurar una
persistente riduzione del tono basale bronchiale; a questo scopo possono essere
impiegati teofillinici ad azione ritardo, qualora ben tollerati, od anche
beta2-agonisti, per via inalatoria o per via orale;
Quando
l'evoluzione clinica (documentata, ad esempio, dalla comparsa di segni di
encefalopatia respiratoria) ed i dati gasanalitici (ad esempio, aumento della
PaCO2 al di sopra di 60 mmHg) indichino che il paziente non riesce a superare il
periodo critico dell'insufficienza respiratoria acuta, si impone il suo
immediato trasferimento in Unità di Terapia intensiva, dove possa essere
praticata una ventilazione assistita. Questa pagina è stata aggiornata in data: 01/03/2011 |
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