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Mesotelioma Pleurico Maligno - Aspetti
Terapeutici & Prospettive
Considerata
la mancanza di studi clinici randomizzati da confronto fra la diverse metodiche
terapeutiche il ruolo della chirurgia e della radioterapia nel MPM rimane a
tutt'oggi alquanto controverso. L'intervento
chirurgico ( pleurectomia/decorticazione o pleuropneumonectomia ) sembra
attualmente inquadrabile nell'ambito di una strategia terapeutica
multidisciplinare.
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Nel contesto
di una patologia come il mesotelioma pleurico, per il quale non esistono
trattamenti standardizzati,
l'approccio radioterapico rappresenta sicuramente la
modalità il cui ruolo risulta meno definito.
Il primo
problema è costituito dalla dose da somministrare e deriva dal fatto che
il
volume da irradiare è esteso e, nel contempo, i tessuti circostanti sono
estremamente radiosensibili.
Al di sopra
dei 55 Gy sono state descritti evidenti fenomeni di deterioramento della
funzionalità respiratoria dopo alcuni mesi dal termine del trattamento.
Per tale
ragione la dose ideale è stata identificata in 40 - 55 Gy sull'intera
superficie pleurica ed il mediastino, seguita da un boost su aree focali di
malattia macroscopica.
Il
trattamento aggiuntivo lungo il tragitto dell'eventuale biopsia pleurica o
dell'accesso al cavo in corso di pleuroscopia o dei margini chirurgici può
ridurre la possibilità di recidiva da insemenzamento.
Per quanto
concerne le misure protettive a carico del polmone sono state individuate
particolari modalità di rotazione del fascio radiante e l'uso di combinazioni
di fotoni ed elettroni che consente una irradiazione della pleura ed un
risparmio del parenchima polmonare.
In ogni
caso, si ritiene che la radioterapia non consenta un beneficio in termini di soppravvivenza globale e che la palliazione
del dolore sia di breve durata - mediamente quantificata intorno ai quattro
mesi.
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Nel MPM
il
ruolo della chemioterapia sistematica è limitato alle situazioni di malattia
avanzata anche se, più recentemente, è stato compreso nel contesto di una
strategia multimodale, insieme alla chirurgia ed alla radioterapia. Premesso
che, come per le altre metodiche terapeutiche, il problema fondamentale è
rappresentato dalla scarsità di studi randomizzati, si può affermare che in
monochemioterapia i farmaci più attivi sembrano risultare le
antracicline, con
una percentuale di risposta per
l'epirubicina del 15% (11),
il cisplatino, con una
percentuale di risposta del 14%,
l'ifosfamide, il cui tasso di
risposta varia comunque dal 3 al 24%.
I taxani infine
non sembrano garantire un'attività superiore ai precedenti farmaci.
Per quanto
concerne infine la polichemioterapia le combinazioni più attive sono dimostrate
quelle contenenti la doxorubicina. L'unico studio randomizzato (doxo +
cisplatino versus mitomicina-c + cisplatino) ha dimostrato un trend a
favore della seconda combinazione per quanto concerne le percentuali di risposta
(26% vs 14%), ma nessuna differenza significativa in termini di sopravvivenza.
L'associazione
cisplatino-gemcitabina ha documentato una percentuale di risposte
interessante (circa il47% di risposte obiettive), ma il dato deve ancora essere
confermato sulla base di nuove esperienze. Più recentemente con la combinazione oxaliplatino-raltitrexed
si è ottenuta una percentuale di risposte parziali del 30%.
Fra i
farmaci di più recente produzione ricordiamo MTA (LY231514) ed Onconase.
Il primo è
attualmente in fase di sperimentazione in associazione con il cisplatino, mentre
il secondo è stato comparato in uno studio randomizzato con la doxorubicina
senza evidenti vantaggi in termini di sopravvivenza globale.
Visti i
risultati deludenti dei classici trattamenti singoli, nel tempo sono state
sperimentate varie associazioni terapeutiche. Ricordiamo, ad esempio, un
protocollo della prima metà degli anni 80' al Memorial Sloan-Kettering
Cancer Center ha previsto la sequenza chirurgia, radioterapia mediante impianto
de I125 odi Ir192 ed infine radioterapia esterna ed ha consentito una
sopravvivenza globale di soli 12,5 mesi.
Agli inizi
degli anni novanta Rusch ha riportato i risultati di uno studio che ha
previsto la decorticazione pleurica seguita da chemioterapia intracavitaria con
cisplatino e mitomicina e, a 4-6 settimane dall'intervento, da due cicli di
trattamento sistematico con gli stessi farmaci. E' stata documentata una
sopravvivenza mediana di 17 mesi con tossicità accettabile.
Risalgono
allo stesso periodo le prime segnalazioni di SugarbaKer circa un possibile
vantaggio della sequenza chirurgia-chemioterapia-radioterapia in pazienti
selezionati per buone caratteristiche prognostiche.
Lo stesso
Sugarbaker, nel 1998, nell'ambito del cosiddetto "approccio multimodale",
ha riportato i risultati di un trattamento che prevede in sequenza: pleuropmeumonectomia, quindi l'associazione taxolo e carboplatino.
Su una
casistica di 120 pazienti, per l'istotipo epiteliomorfo, si è registrata una
sopravvivenza a due e cinque anni rispettivamente del 65% e del 27% .
Pur
trattandosi, come fa rilevare lo stesso Autore, di una casistica selezionata per
buoni fattori prognostici, non vi è dubbio che i risultati di questo studio
abbiano aperto nuove prospettive nel trattamento della malattia. Più
recentemente Rush, in uno studio condotto su 73 pazienti, ha riportato, dopo
trattamento chirurgico di pleurectomia o pleuropneumonectomia seguito da
radioterapia, un verosimile vantaggio in termini di recidiva locale e di
sopravvivenza globale per pazienti in stadio limitato di malattia.
Infine,
nell'ambito dei cosiddetti modulatori della risposta biologica, l'interleukina-2
ha dimostrato una modesta attività terapeutica per via endopleurica e
nella palliazione dei sintomi relativi al versamento pleurico .
Prospettive
future e conclusioni
In
considerazione dell'associazione fra virus SV40 e mesotelioma pleurico, di
indubbio interesse sono gli spunti relativi ad un possibile impiego di anticorpi
diretti contro gli antigeni Tag e tag dell'SV40 stesso.
Sul versante
della terapia genica si devono segnalare le esperienze che prevedono la
diffusione endopleurica di adenovirus ricombinante recante il gene suicida
herpes simlex thymidine kinase (AdRsVtk) e, successivamente, il trattamento con
ganciclovir.
In tale
ambito comunque sono ancora molti i problemi aperti, soprattutto relativamente
alla fattibilità del trattamento nell'uomo.
In
particolare, il riscontro di un elevato tasso di anticorpi diretti contro il
vettore adenovirale non sembra, in vivo, essere modificato dopo trattamento
immunosopressivo con steroide.
Infine il
riscontro di elevati valori di recettori per EGF e l'osservazione che il VEGF può essere un fattore di crescita autocrino su linee cellulari di
mesotelioma rappresentano uno stimolante razionale per un approccio di tipo
biologico molecolare nei confronti di una patologia a tutt'oggi considerata
praticamente incurabile.
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In
conclusione si può affermare che. allo stato attuale, il mesotelioma pleurico
costituisce un problema sotto numerosi aspetti ( epidemiologico, medico-legale,
ambientale, sociale, diagnostico e terapeutico) e che non è ancora dimostrato
che trattamenti complessi e/o invasivi offrano vantaggi in termini di
sopravvivenza rispetto all'astensione terapeutica.
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Per tale ragione ed in
particolari condizioni, nell'approccio al paziente, non può essere criticabile
il ricorso ai tradizionali trattamenti palliativi, avendo ben
presente però che, nel prossimo futuro, le numerose ricerche ciniche e di base
attualmente in corso probabilmente garantiranno una migliore qualità di vita ed
un prolungamento della soppravvivenza.
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