EPIDEMIOLOGIA

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CASO CLINICO

 

Mesothelioma 

Aspetti  epidemiologici.

Il mesotelioma maligno della pleura viene definito un tumore raro, anche se recenti osservazioni evidenziano che la sua incidenza sarebbe destinata ad aumentare nei prossimi anni.
In Italia, il tasso di incidenza è di  1 e di 0,5 per centomila abitanti all'anno rispettivamente nel sesso maschile e femminile.
Nel Casalese, dove il pregresso insediamento di un'industria per la produzione di manufatti in cemento/amianto sta causando una vera e propria epidemia di mesotelioma, l'incidenza di tale patologia si attesta sui 16 e sui 13 nuovi casi ogni 100.000 abitanti all'anno rispettivamente nel sesso maschile e femminile.
L'incidenza sembrerebbe più elevata per la fascia d'età compresa fra i 70 ed i 75 anni.
Il periodo di latenza fra esposizione e manifestazioni cliniche della malattia è molto lungo, con una media di circa 32 anni.

Inquadramento eziopatogenetico.
In un'autorevole revisione sul trattamento chemioterapico del mesotelioma maligno pleurico(1) Vogelzang afferma  che l'incidenza della patologia è aumentata di più del  50%  dalla metà degli anni '70  e poichè il periodo di latenza della malattia può essere di più di trenta anni, possono essere avanzate due ipotesi.
La prima è che i benefici della legislazione nel ridurre l'esposizione all'amianto non hanno ancora sortito i loro effetti; la seconda che le fonti di esposizione siano molto più diffuse di quanto pensato.
Per meglio comprendere l'importanza di questa seconda ipotesi si potrebbe fare riferimento ad uno studio pubblicato su Cancer Research (2) in cui si fa rilevare che, nel filtro di una partita di sigarette prodotte negli anni  '50 da una ben nota azienda, erano contenute una notevole quantità di fibre di crocidolite. Si calcola che un fumatore che abbia consumato un pacchetto di tali sigarette al giorno abbia inalato più di 131 milioni di fibre di crocidolite in un anno.
Sul piano eziopatogenetico, pur sottolineando che il primo agente causale di accertata importanza è rappresentato dalla fibra di amianto, a partire dagli anni '60 è stato da alcuni Autori suggerito un possibile ruolo del virus SV40 (3).
Tale agente svolgerebbe la sua azione non mediante integrazione nel DNA della cellula mesoteliale, ma con un meccanismo di tipo episomiale.
Tali osservazioni traggono la loro origine dal fatto che studi sperimentali hanno dimostrato che l'iniezione intrapleurica di SV40 è in grado di indurre MPM nel 100% di animali da esperimento indipendentemente da esposizione ad amianto (4) .
In effetti, in cellule trasformate da SV40 sono stati individuati due antigeni.
Il primo, denominato Tag Antigen o Large T Antigen, sarebbe stato individuato a livello nucleare, il secondo, chiamato tag Antigen o Smalll t Antigen a livello citoplasmatico.
Tag Antigen agirebbe quale agente iniziante in base ad almeno tre meccanismi: inattivazione del prodotto di oncogeni soppressori, sovraespressione di IGF1 e favorendo aberrazioni strutturali cromosomiche quali aneuploidia o mutazioni puntiformi.
Per quanto concerne tag antigen, esso sarebbe in grado di inattivare alcuni tumor soppressor genetes e di favorire la progressione del ciclo cellulare attraverso la stimolazione di chinasi.
L'ipotesi sconcertante consiste nel fatto che l'uomo sarebbe stato "infettato" da SV40 in seguito a vaccini trasmessi dalla scimmia in occasione dalla compagna di vaccinazione "Salk" dal 1956 al 1963.    

Problema della stadiazione e della valutazione della risposta al trattamento

La possibilità di una corretta stadiazione e la valutazione dell'eventuale risposta al trattamento rappresentano uno dei problemi più spinosi dell'approccio clinico al mesotelioma pleurico.
Risulta facilmente intuibile comunque come una corretta stadiazione clinica possa influenzare l'orientamento prognostico ed il successivo trattamento.
A questo scopo si ritiene di estrema utilità il ricorso all'ultima Classificazione Clinica Internazionale (5), dalla quale si intuisce come in questa patologia più che in altre sia fondamentale un contributo di tipo interdisciplinare ( pleuroscopista, radiologo, chirurgo toracico, patologo).
A titolo esemplicativo basterà ricordare che nelle forme poco avanzate, con la tomografia assiale non riesce ad evidenziare l'interessamento di ambedue i foglietti pleurici ( parietale e viscerale), coinvolgimento che invece può essere direttamente e dettagliatamente osservato dal pneumologo o dal chirurgo toracico in corso di toracoscopia.
Al contrario, la TAC può documentare l'estensione di malattia al grasso mediastinico, valutazione che risulta praticamente impossibile in corso di pleuroscopia tramite la quale si può osservare al massimo un interessamento della pleura mediastinica.
Notevole importanza dal punto di vista clinico inoltre potrà assumere un'accurata definizione dell'estensione della malattia, ciò al fine di poter valutare correttamente l'eventuale risposta alla terapia.
A tale proposito di notevole ausilio si ritiene possano essere le informazioni fornite dalla cosiddetta  PET (tomografia ad emissione di positroni), disponibile, al momento, in Italia solo in pochi centri specializzati.
Purtroppo quasi costantemente, al momento della diagnosi, la neoplasia si presenta come una colata unica che riveste una o più superfici pleuriche.
In tal caso si ritiene che, con il contributo della TAC, possa essere utile misurare la malattia sommando il diametro massimo dei tre ispessimenti pleurici più significativi.
Tale valore, espresso in senso lineare, potrà essere successivamente comparato con il valore ottenuto dopo un eventuale trattamento, in materia tale da verificare l'eventuale risposta allo stesso.
E' facilmente comprensibile che il problema di corretta stadiazione e strettamente correlato ad una soddisfacente adeguatezza dal punto di vista diagnostico.
Dal momento che pochi sono i centri che, grazie alla convalidata esperienza in materia, si possono ritenere adeguati, spesso " l'esperto" interpellato come consulente, si trova di fronte ad una serie di parametri laboratoristici ed anatomopatologici insufficienti e, come tali, meritevoli di ulteriori accertamenti. In questo caso, prevalendo la risoluzione di non abbandonarsi ad eccessivo accanimento diagnostico, si potrebbe scivolare nella filosofia opposta della rinuncia alla diagnosi, con risvolti negativi non solo dal punto di vista clinico, ma anche sul piano del monitoraggio epidemiologico.    

 

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