Per quanto riguarda l’ipercolesterolemia, non è possibile
stabilire un valore soglia altre il quale inizi il rischio coronario e al di
sotto del quale tale rischio non esista; si è tuttavia convenuto di seguire uno
schema:
colesterolo totale inferiore a 200 mg/dl, valori consigliati
colesterolo totale tra 200 e 240 mg/dl, valori a rischio moderato
colesterolo totale superiore a 240 mg/dl, valori a rischio elevato
Naturalmente presi singolarmente questi valori possono avere
significato relativo in quanto ad aumentare il rischio di infarto cardiaco
concorrono i fattori di rischio e alcuni fattori predisponesti quali l’età,
il sesso e la familiarità.
Perché l’infarto cardiaco avvenga, si devono verificare contemporaneamente
due eventi:
1. riduzione del flusso di sangue nelle arterie coronarie che hanno la funzione
di portare sangue al tessuto cardiaco al fine che esso possa sopravvivere come
tutti gli altri tessuti corporei; tale riduzione è dovuta ad una occlusione
delle coronarie dovuta a trombi nella stragrande maggioranza di tipo
aterosclerotico. E’ possibile che a distanza di qualche giorno si possa
verificare una ricanalizzazione dell’arteria coronarica per lisi spontanea del
trombo.
2. aumento del consumo di ossigeno del tessuto cardiaco (miocardio) ad esempio
per maggior lavoro da parte del cuore
Quando ciò si verifica abbiamo l’infarto ossia la morte di una parte del
tessuto cardiaco e cioè quella parte che è stata mal irrorata di sangue e che
pertanto non ha potuto usufruire della quantità di ossigeno che le serviva.
Aspetto del cuore
Se si osserva un cuore espiantato da cadavere, le prime modificazioni
macroscopiche si notano dopo 18-24 ore dall’inizio della sintomatologia
dolorosa, la zona infartuata appare pallida, fra il 2°e il 4° giorno si
osserva invece un sottile alone giallo che diventa giallo-verdastro tra la
quinta-sesta giornata. Dopo 4 settimane l’area infartuate acquista
gradualmente un aspetto gelatinoso e grigiastro fino a trasformarsi in una
cicatrice dura e retratta nel corso dei successivi 3-4 mesi.
Localizzazione dell’infarto
La sede dell’infarto è in rapporto alla coronaria chiusa e la sua estensione
dipende dal punto in cui è avvenuta l’occlusione ossia tanto più e
all’inizio tanto più estesa sarà la necrosi.
L’arteria coronaria di sinistra dopo un breve tratto si divide in due rami,
l’arteria discendente anteriore e l’arteria circonflessa, in questo modo
viene irrorata tutta la parte anteriore e laterale del cuore,la punta e gran
parte del setto: dei due rami quello più importante è la discendente
anteriore.
L’arteria coronaria di destra irrora la porzione infero-basale del ventricolo
sinistro, parte posteriore del setto e il ventricolo destro.
Quindi con una certa approssimazione si può dire che l’occlusione della
discendente anteriore dà luogo ad un infarto anteriore e del setto, che
l’occlusione isolata della circonflessa dà luogo ad una necrosi circoscritta
in sede laterale, invece l’occlusione della coronaria di destra dà origine ad
un infarto inferiore ed eventualmente posteriore.
Sintomi
Nella maggior parte dei pazienti non si sono mai verificati episodi
cardiovascolari e l’infarto è la prima manifestazione, in altri casi invece
il soggetto ha sofferto di angina stabile o instabile oppure di un precedente
infarto.
La percentuale maggiore degli infarti avviene durante il riposo o una attività
fisica leggera solamente dal 2 al 13 % dei casi durante uno sforzo fisico
intenso e dall’8 al 23 % durante il sonno.
Il sintomo principale è il dolore simile per qualità a quello anginoso ma più
intenso e di durata maggiore di solito alcune ore: quando compare dopo uno
sforzo diversamente al dolore anginoso, non passa con il riposo.
Dobbiamo sottolineare che una quota variabile tra il 15 e il 25 % dei casi è
senza dolore e ciò si verifica tra i soggetti diabetici e con l’avanzare
dell’età; nei soggetti anziani l’infarto si può manifestare solo con la
comparsa di difficoltà respiratoria improvvisa sino al quadro di edema
polmonare acuto.
Al dolore spesso si associano astenia intensa,
sudorazione, nausea e vomito provocati da una stimolazione nervosa ( nervo
vago).
All’ascultazione del torace si può osservare tachicardia o bradicardia e
soprattutto extrasistoli; molto frequente è il rilievo di un quarto tono mentre
la comparsa di un terzo tono può essere espressione di un infarto esteso con
compromissione della funzione ventricolare sinistra, nei casi gravi il quadro
clinico è quello dello shock.
ESAMI STRUMENTALI
• elettrocardiogramma:consente la diagnosi di
infarto ma anche approssimativamente la sua posizione e la sua estensione.
• Enzimi cardiaci:
gli enzimi contenuti nelle cellule cardiache in condizioni normali sono presenti
in piccole quantità nel sangue ma dopo un infarto vengono liberate in grande
quantità, essi sono:
CPK : il loro picco massimo è nelle 24 ore ma ritorna alla normalità nel giro
di 4 giorni
SGOT : il loro picco massimo è nelle 36 ore ma ritorna alla normalità dopo 5-6
giorni
LDH : il loro picco massimo si verifica dopo 4-5 giorni e rimane alterato per
15-20 giorni
E’ evidente che ciò ci può aiutare a capire da quanto tempo è avvenuto
l’infarto.
Dobbiamo però ricordare che questi enzimi potrebbero aumentare anche in alcune
altre ma-
lattie come quelle muscolari, ictus cerebrale ed epatopatie ecco perché per le
CPK sono stati
localizzati i sottoenzimi MB di origine miocardia
• Ecocardiogramma : permette di definire con
buona precisione la sede dell’infarto ma non la sua reale estensione perché
registra la capacità di contrazione del tessuto cardiaco ed in questo caso sia
il tessuto necrotico che quello sano nelle immediate vicinanze , possono
contrarsi irregolarmente.
COMPLICANZE DELL’INFARTO
1. complicanze aritmiche:extrasistoli
ventricolari presenti nel 100% dei casi, se hanno elevata frequenza possono
portare alla fibrillazione ventricolare ed arresto cardiocircolatorio.
Tachicardia ventricolare con riduzione della gettata cardiaca e rischio di
fibrillazione.
Fibrillazione ventricolare in questo caso i ventricoli si contraggono con una
frequenza di
400-600/minuto, il cuore è praticamente fermo e s’instaura l’arresto
cardiocircolatorio.
Blocco atrioventricolare manca il passaggio di impulso tra atri e ventricoli per
cui è com-
promessa la funzione di pompa
2. complicanze emodinamiche:
compromissione della funzione pompa, rotture del setto, del muscolo papillare o
della parete libera,infarto del ventricolo destro e aneurisma ventricolare: in
questo ultimo caso la parete del ventricole si estroflette durante la
contrazione
3. complicanze ischemiche:
estensione dell’infarto ed angina postinfartuale da grave stenosi residua.
Terapia
Bisogna ricoverare il paziente in una unità di cura coronaica dove verranno
attuate tecniche per la ricanalizzazione della coronaria e per proteggere il
miocardio ischemico.
Questa pagina e' stata aggiornata l'ultima volta il : 19/02/2011