Regione vs Bindi
Presidenti
di regioni uliviste e poliste, associazioni di categoria e sindacati in
rivolta contro la riforma sanitaria (che statalizza la medicina e nega la
libertà di cura ai cittadini). La ministra del Ppi esibisce i muscoli, ma
forse non sa che Formigoni (Lombardia-Polo), Chiti (Toscana-Ulivo) e D’Alema...
Non
ci siamo. Questo è un centralismo che rifiutiamo. Non si può parlare di
federalismo e poi equivocare sulla sanità perciò chiediamo al governo di
chiarire i rapporti istituzionali complessivi tra Stato e Regioni". Vannino
Chiti, presidente diessino della Regione Toscana, pur con toni diplomatici,
sintetizza la tensione con cui le regioni hanno accolto i decreti delegati
della Bindi che di fatto le espropriano dei poteri, anche legislativi, che
la Costituzione attribuisce loro in materia di sanità (art. 117).
Regioni e sindacati al contrattacco Alla
testa della rivolta si è posto Roberto Formigoni, presidente della
Lombardia, la prima regione ad avere varato una legge regionale che permette
l’accreditamento al sistema sanitario pubblico anche alle strutture
sanitarie private: "Ho chiesto, insieme a tutti gli altri presidenti di
regioni - ha annunciato lunedì scorso Formigoni - una seduta straordinaria
della Conferenza Stato-Regioni esclusivamente dedicata alla sanità con la
presenza del presidente del Consiglio Massimo D’Alema e abbiamo chiesto che
questo incontro avvenga entro il 6 maggio". I punti che Formigoni contesta
alla riforma sono tre: "Un centralismo che ci riporta indietro di dieci
anni, nessun accenno alla riforma del ministero della sanità, principale
responsabile di questa gestione fallimentare, e l’ingerenza
nell’organizzazione di modelli e servizi che non è compito ministeriale e
tende a imporre un modello unico senza considerare che le regioni in questi
anni si sono orientate su modelli diversi funzionali alle loro realtà". A
loro volta le associazioni di categoria denunciano la fine della professione
medica: "Questo è il punto - spiega Aldo Pagni, presidente della Federazione
nazionale medici -: sono i medici che devono realizzare gli obiettivi e i
programmi del piano sanitario e non si può pensare di risolvere tutti i
problemi con una serie di decreti imposti dall’alto". Margini di dialogo?
"Abbiamo chiesto - continua Pagni - un’audizione al presidente del Consiglio
D’Alema. Vedremo. Intanto le manifestazioni proseguono in tutta Italia".
Pagni conferma che se entro il 15 giugno la legge non sarà rivista, il
comitato centrale della federazione degli ordini si dimetterà in massa con
tutti i consigli provinciali. Sulla necessità di rifiutare l’esclusione
della categoria dall’elaborazione della legge sono d’accordo tutte le
associazioni mediche. "Una legge così distruggerà la sanità nazionale -
attacca Roberto Anzalone presidente nazionale dello Snami - mortifica la
libertà, l’indipendenza e la responsabilità della professione, in pratica
tutte le regole per una corretta assistenza. Il tutto a discapito dei
cittadini che non avranno più diritto a scegliere il luogo di cura e il
medico di famiglia". "L’attuale legge che nega la libertà di scelta dei
cittadini e il ruolo dei medici ridotti a parafulmini di una gestione
politica sbagliata, senza mai la possibilità di incidere sulle scelte,
finirà per sacrificare proprio la medicina pubblica - commenta Enrico
Bollero, segretario nazionale dell’Anaao-Assomed, l’associazione di
categoria più numerosa -. E poi ci chiamano medici dirigenti. Il fatto è che
le risorse sono limitate e nessuno si vuole assumere la responsabilità
politica di scegliere delle priorità perché costa in termini di consenso".
Assalto alla sanità privata La Bindi propone
anche il pensionamento a 65 anni: "Si vorrebbe risolvere così il gravissimo
problema dei disoccupati", continua Anzalone. "Con un medico ogni 160
abitanti, però nessun sistema sanitario può reggere, come l’organizzazione
mondiale della sanità ha più volte ribadito. Ma, invece di intervenire
all’origine, per esempio con il numero chiuso nelle università si corre il
rischio di far saltare anche l’ente di previdenza dei medici".
Marcello Costa Angeli, chirurgo all’ospedale
san Gerardo di Monza e dirigente sindacale Fesmed nelle ultime settimane è
balzato agli onori della cronaca per essersi inventato “lo sciopero
virtuale”: lavorare “per non penalizzare i malati” e devolvere 50mila lire
della paga giornaliera a un fondo comune per l’acquisto di pagine di
quotidiani dove spiegare le proprie ragioni ai cittadini. "I medici sono
sottoposti a una campagna denigratoria - spiega - che vorrebbe addossare
loro i molti problemi della sanità italiana. Anzi, si vorrebbe ridurre il
medico a un impiegato demotivato in cui il rapporto di fiducia con il
paziente, su cui si regge la professione, si trasforma in un rapporto
medico-ente-paziente dove il medico è solo un dipendente chiamato ad
applicare protocolli di cura standard. Lo scopo è controllare l’intera
sanità riducendo, a parità di contributi versati, gli investimenti statali:
con i fondi integrativi, gestiti da boiardi di stato, di fatto lo Stato
controllerà anche i 68mila miliardi di sanità privata".
Quel ministro è un arrogante "Vogliono
ridurci a censori dei bisogni dei pazienti al servizio dell’amministrazione
- attacca Carlo Sizia, presidente nazionale della Cimo-asmd -. Il medico,
quindi, non al servizio dei pazienti ma del sistema del quale deve regolare
l’economicità. La Bindi poi non può invadere il terreno della contrattazione
sindacale per stabilire quando si fa la libera professione, dove, come,
quanto... È il centralismo fatto sistema che ha prodotto un malessere
generalizzato nella categoria". Sizia ha ormai sfiduciato la Bindi “e la sua
arroganza”: "Speriamo solo che gli esponenti della maggioranza prendano le
distanze da questa riforma come fanno nelle riunioni non ufficiali dove si
sentono commenti perfino sgarbati verso il ministro. Poi, però, in
parlamento, per quieto vivere...". Anche Angelo Carenzi, responsabile CdO
sanità e nell’esecutivo dell’associazione “Medicina e persona” sottolinea il
centralismo della riforma: "Le regioni appaiono schiacciate da una
programmazione al dettaglio fatta a livello nazionale e dalla gestione di
ospedali e Usl, erogatori dei servizi, da parte dei comuni. Di fatto più
della qualità delle prestazioni e dell’efficienza conta la natura giuridica
dell’ente: i servizi sanitari sono assegnati innanzitutto al pubblico
statale, poi al non profit e, se rimane qualcosa, al privato. In sintesi si
propone una situazione monopolistica in cui sembra che essere statale possa
garantire appropriatezza, eticità, qualità, professionalità ed impegno. Il
punto centrale invece deve essere il rapporto tra medico e paziente e delle
loro libertà. Nessuna legge può garantire che questo avvenga, ma può creare
un contesto più o meno facilitante".
di Zottarelli Maurizio