PENSIERO
Lo specifico della medicina
L'opera di Ippocrate presenta tratti tanto innovativi da poter egli essere
considerato il fondatore della scienza medica. In questo modo egli diede per la
prima volta un carattere autonomo e specifico ad una pratica empirica,
conferendole la dignità di una tecnica (téchne) fondata su un
metodo scientifico. Tale innovazione appare chiara soprattutto nelle
osservazioni che Ippocrate rivolge all'indirizzo della scuola di Cnido. Questa,
sotto l'influenza delle prime osservazioni scientifiche compiute in area ionica
aveva rafforzato lo spirito di osservazione tipico dei primi medici itineranti
greci, nominati fin nei poemi omerici. Da una parte Ippocrate ha grande stima di
tale approccio sperimentale: egli ritiene che grazie ad esso l'intera verità
potrà gradualmente essere scoperta .
La
medicina da gran tempo ormai dispone di tutto, e sono stati trovati il principio
e la via grazie ai quali in lungo tempo sono state fatte molte e notevoli
scoperte, e il resto nel futuro sarà scoperto se qualcuno, in grado di farlo e a
conoscenza di quanto già è stato scoperto, cercherà prendendo le mosse da queste
(Sull'antica medicina, 2).
Dall'altra parte egli critica nella scuola di Cnido il fatto che le osservazioni
empiriche non siano congiunte in un quadro scientifico complessivo, che metta
ordine nell'infinita varietà dei fenomeni con i quali il medico si deve
confrontare. Solo questa conoscenza di tipo universale rende il medico veramente
tale:
Coloro che scrissero le cosiddette Sentenze cnidie hanno sì descritto
correttamente ciò che soffrono i malati in ogni malattia e come qualcuna di esse
si risolve: e fin qui, anche il non medico potrebbe scrivere correttamente se
s'informasse bene presso ciascuno dei malati su ciò che egli ha sofferto; ma di
ciò che il medico deve ancora sapere - né lo dice il malato - molte cose sono
state omesse; e sono conoscenze diverse nei diversi casi, alcune anche
importanti come sintomi. [...] A me piace invece che si ponga mente all'intera
tecnica (Sul regime delle malattie acute, 1-). 2
Questo quadro scientifico deve permettere anche di affrontare razionalmente
qualsiasi manifestazione morbosa. Celebre è la discussione sull'epilessia,
chiamata all'epoca «malattia sacra» perché ritenuta di origine divina e quindi
non curabile con mezzi naturali. Ippocrate ritiene invece che l'appello alla
divinità sia solo un modo per mascherare l'ignoranza ed esimersi dalla ricerca
delle vere cause:

Per
quanto riguarda la malattia detta «sacra», a me non appare in nessuna maniera
più divina o più sacra di altre malattie, ma piuttosto ha una natura dalla quale
si nasce, come le altre malattie. Gli uomini le attribuirono una natura e causa
divina per imperizia e stupore, perché non somiglia per nulla ad altre malattie.
E questa concezione della sua divinità è mantenuta dalla loro incapacità a
comprenderla, e la facilità della maniera con cui è curata (gli uomini ne
sarebbero infatti liberati tramite purificazioni e incantesimi). [...] Coloro
che per la prima volta divinizzarono questa malattia mi sembrano essere stati
simili a quegli uomini che ora sono i prestigiatori, i purificatori, i
saltimbanchi e i ciarlatani, che fingono di essere molto pii e più colti degli
altri. Tali uomini, dunque, usando la divinità come un pretesto e una copertura
della loro incapacità ad offrire ogni assistenza, hanno diffuso l'opinione che
la malattia è sacra, aggiungendo argomentazioni appropriate allo scopo (Sulla
malattia sacra, 1-2).
La ricerca di una sistemazione scientifica complessiva non deve però sconfinare
in teorie sull'uomo astratte e lontane dall'esperienza: la medicina non ha
bisogno di una «nuova ipotesi», che avrebbe senso solo se si dovesse indagare su
«cose invisibili e inspiegabili» dei quali è impossibile avere esperienza
diretta (Sull'antica medicina, 1). In questo modo non soltanto
viene rifiutata una medicina «filosofica», ma la filosofia stessa, intesa come
sapienza sulle prime cause, viene sfidata nella sua pretesa di conoscere l'uomo:
Ma
alcuni medici ed esperti di sapienza (sophistái) dicono che non è
possibile che conosca la medicina chi non sa che cos'è l'uomo, ma questo deve
capire chi intende curare correttamente gli uomini. Il loro discorso tende alla
filosofia (es philosophíen), come per Empedocle e altri che hanno scritto
sulla natura partendo da che cosa è l'uomo e da come si formò all'inizio e da
che cosa è costituito. Ma io anzitutto ritengo che tutte le cose dette da un
esperto di sapienza o da un medico, o scritte sulla natura, si avvicinino più
alla pittura che la medicina: ritengo invece che non è possibile conoscere
qualcosa di chiaro sulla natura [dell'uomo] da nessun'altra fonte che dalla
medicina. E questo si sarà in grado di apprenderlo quando si abbraccerà tutta la
medicina stessa correttamente (e finché ad allora mi pare che ci mancherà
molto): intendo questa indagine: sapere che cosa è l'uomo e per quale genere di
cause si forma e tutto il resto, esattamente (Sull'antica medicina,
20).

Il metodo della medicina
L'ampio compito assegnato alla medicina richiede un metodo di indagine
altrettanto aperto. Anche qui distanziandosi dalla scuola di Cnido, Ippocrate
ritiene che solo una considerazione globale di tutto il contesto di vita del
malato permette di comprendere e sconfiggere la malattia, le cui varie
manifestazioni sarebbero altrimenti destinate a rimanere enigmatiche. Tale esame
complessivo deve estendersi anche al passato (anámnesis, ricordo),
per poter individuare il male (diágnosis, conoscenza) e
ipotizzarne ragionevolmente il decorso (prógnosis, previsione).
Ciò implica un discernimento, che viene esercitato applicando una definizione
empirica di «causa»:
Bisogna in realtà che si ritengano cause di ciascuna [malattia] quelle cose
presenti le quali è necessario che sorga in un certo modo, e cambiate in
un'altra mescolanza è necessario che cessi (Sull'antica medicina,
19).
Se tale prospettiva è rimasta ancora oggi come tipica della pratica medica, la
ricchezza degli elementi che Ippocrate chiama in causa (dietetici, atmosferici,
psicologici, perfino sociali) suggerisce un'ampiezza di vedute che ben raramente
sarà in seguito praticata:
Questi i fenomeni relativi alle malattie, dai quali traevo le conclusioni,
fondandole su quanto c'è di comune e quanto di individuale nella natura umana;
sulla malattia, sul malato, sulla dieta e su chi la prescriveva [...] ; sulla
costituzione generale e specifica dei fenomeni atmosferici e di ciascuna
regione, sui costumi, il regime, il modo di vita, l'età di ognuno; sui discorsi,
i modi, i silenzi, i pensieri, sul sonno e sull'insonnia, sui sogni - come e
quando -, sui gesti involontari [...] e sulla concatenazione delle malattie -
quali derivino dalle passate e quali si generino in futuro -. [...] Sulla base
di tutto ciò, si estenda l'analisi anche a quanto ne consegue (Epidemie,
1,23).
La necessità di una considerazione globale vale anche in senso inverso: ogni
elemento nella natura umana ha ripercussioni sull'intera esistenza. Ciò vale in
modo specialissimo per il cervello, al quale Ippocrate attribuisce un ruolo
centrale nella vita psichica, distanziandosi da coloro che la ponevano ad
esempio nel cuore o nel sangue. Lo studio del cervello dovrebbe così condurre
perfino ad una comprensione della radice dei giustizi estetici e morali:
Da
null'altro si formano i piaceri e la serenità e il riso e lo scherzo, se non dal
cervello, e così i dolori, le pene, la tristezza e il pianto. E soprattutto
grazie ad esso pensiamo e ragioniamo e vediamo e udiamo, e giudichiamo sul
brutto e sul bello, sul cattivo e sul buono, sul piacevole e sullo spiacevole.
[...] Ed è a causa del cervello stesso se impazziamo, e deliriamo, e ci
insorgono incubi e terrori, e insonnia e smarrimenti strani, e apprensioni senza
scopo, e incapacità di comprendere cose consuete, e atti aberranti (Sulla
malattia sacra, 17).
Il programma estremamente ambizioso spiega l'evoluzione che la scuola di Cos
subì dopo la morte del fondatore.
Il suo
metodo, così aperto a qualsiasi tipo di dato empirico, era semplicemente al di
sopra delle possibilità della pratica del tempo (e forse anche di oggi!), come
lo stesso Ippocrate sembrava temere, riecheggiando lo scetticismo di
Protagora: «La vita è breve, la tecnica è lunga, l'occasione è fugace,
l'esperienza è fallace, il giudizio è difficile» (Aforismi, 1.1).
Si andò così rapidamente verso una semplificazione, uno dei cui elementi più
caratteristici si trova nella teoria dei quattro umori. Essi vengono determinati
per analogia con le quattro radici di Empedocle e sono posti in
corrispondenza con i caratteri, le stagioni e le età della vita; il loro
squilibrio determina le diverse malattie. Tale schema appare debitore del
tentativo di legare più strettamente l'immagine dell'uomo ad una comprensione
del cosmo e concede alla «filosofia» senza dubbio di più di quanto Ippocrate
avrebbe ammesso.
|
Radici |
Qualità |
Umori |
Caratteri |
Stagioni |
Età |
|
aria |
umido |
caldo |
sangue |
sanguigno |
primavera |
infanzia |
|
fuoco |
secco |
bile |
bilioso |
estate |
giovinezza |
|
terra |
freddo |
bile nera |
malinconico |
autunno |
maturità |
|
acqua |
umido |
catarro |
flemmatico |
inverno |
vecchiaia |
D'altra parte però il pensiero di Ippocrate con tutta la sua complessità
esercitò una grande influenza in altri campi culturali: sia la filosofia
(
Platone
cita il
suo procedimento come proprio modello, Fedro, 270 c9 - d7 [greco],
gli stoici si ispirarono a lui per la loro concezione dell'anima), verso la
quale paradossalmente Ippocrate aveva poca simpatia, sia soprattutto la storia:
pare certo che il metodo di Tucidide, che inaugura la storiografia in
senso moderno, sia ispirato proprio al metodo medico di Ippocrate, il primo che
conferì dignità di oggetto di scienza a qualcosa di così variabile come la
realtà umana empirica.
L'etica del medico
Se la mancanza di qualsiasi vincolo legislativo rese possibile lo sviluppo
rapido della ricerca medica, d'altra parte essa rendeva più urgente la
riflessione sui doveri morali del medico. In diverse passi delle opere di
Ippocrate si insiste perciò sull'esigenza che il medico conduca una vita
regolare e riservata, non speculi sulle malattie dei pazienti ma anzi li curi
gratuitamente se bisognosi, stabilisca un legame di sincerità con i malati. È a
questo tipo di prescrizioni che pensa Platone quando descrive l'immagine del
«medico libero»: Il [medico] libero per lo più cura e sorveglia le malattie dei
liberi, ed esaminandole dal principio e secondo natura, discorrendo con il
paziente stesso e con i suoi amici, da una parte s'informa personalmente dai
malati, dall'altra per quanto è capace istruisce il malato stesso, e nulla
prescrive di cui non sia persuaso anche lui stesso. E allora, tenendo sempre il
malato tranquillo grazie alla persuasione, cerca di completare l'opera
conducendolo alla salute (Leggi, IV, 720 d1-e2 [greco]).
Il testo più celebre che codifica l'etica medica è però il Giuramento
(ancor oggi in uso), in cui vengono enumerati i princìpi fondamentali che deve
seguire chi esercita questa professione: diffusione responsabile del sapere,
impegno a favore della vita, senso del proprio limite e rettitudine, segreto
professionale. Benché l'attribuzione ad Ippocrate sia fittizia (esso pare
provenire da circoli pitagorici), nella sua ispirazione generale esso si sposa
bene con la sua ambiziosa concezione della medicina come «conoscenza dell'uomo»: