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LETTO SU IL GIORNALE ED. MILANO:15/09/1999 Riforma Bindi, gli ospedalieri minacciano denunce Sembra sempre più difficile che i medici possano scegliere di lavorare a tempo pieno negli ospedali. Prima di decidere vogliono delle garanzie e mettono i direttori generali con le spalle al muro. Chi non potrà assicurare spazi, personale di supporto e compensi adeguati verrà trascinato in Pretura. Sta quindi per cadere una tegola davvero molto pesante sugli amministratori delle strutture sanitarie pubbliche di tutta Italia. I medici, ai quali in questi giorni stanno chiedendo di scegliere se continuare a lavorare nel tempo libero nelle cliniche e negli studi privati o nelle corsie ospedaliere, non si limiteranno a comunicare la loro decisione. Invieranno sì una lettera alla direzione, ma per chiedere che vengano messi nero su bianco gli strumenti e i locali che l’azienda ospedaliera può offrire. Le prime raccomandate sono state spedite al San Gerardo di Monza, e molte altre stanno per essere imbucate: destinatari tutti gli altri ospedali della Lombardia e d'Italia. Ad armarsi di foglio e di busta saranno infatti le diverse migliaia di camici bianchi che da molti mesi, per ostacolare la riforma sanitaria della Bindi, hanno costituito il Cap (Cartello di agitazione permanente). Una cordata di cui fanno parte otto sindacati di categoria: Coas, Cimo, Fesmed. Nuova Ascoti, Associazione medica Niguarda, Libertà medica, Medicina e persona, Snami. Quest'ultimo, il Sindacato nazionale autonomo medici italiani, aiuta gli iscritti, ma anche gli altri colleghi, fornendo un modello prestampato della lettera. I rappresentanti del Cartello di agitazione permanente attivi al San Gerardo sono addirittura più pignoli: spiegano infatti ai colleghi che la missiva da inviare al direttore generale dev'essere una raccomandata con ricevuta di ritorno oppure protocollata alla direzione sanitaria. "Tanta accortezza è necessaria spiega Marcello Costa Angeli, chirurgo toracico all'ospedale monzese perché con questa lettera, qualunque sia la scelta individuale (libera professione dentro o fuori dalle corsie ospedaliere) che verrà esercitata prima dell’entrata in vigore il 30 ottobre del decreto Bindi, si creeranno i presupposti per poter agire contro le aziende ospedaliere inadempienti. Quelle strutture, e purtroppo saranno la maggior parte, che non potranno offrire spazi, strumentazioni, retribuzioni e personale di supporto idonei". "Quella a cui ci sta obbligando il ministro della Sanità, continua Costa Angeli, non si pub definire una libera scelta. I medici che decideranno di continuare nel loro tempo libero a lavorare nelle case di cura e negli studi privati verranno penalizzati nella carriera ospedaliera e si vedranno anche ridurre lo stipendio statale nonostante rimangano invariate le ore di servizio. Ma, ironia della sorte, anche chi sceglie di lavorare a tempo pieno in ospedale viene altrettanto penalizzato. Non riuscirà a guadagnare quanto percepiva prima nelle cliniche; la maggior parte delle strutture sanitarie pubbliche non è in grado infatti di mettere a disposizione attrezzature e locali dove i camici bianchi possono offrire ai pazienti prestazioni a pagamento". MARISA DE MOLINER
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