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Il medico in pigiama. Non a caso il titolo ricorda un libro che ha fatto
molto parlare di se in passato. Quando l’ho letto non ne sono stato
molto colpito, forse perché sono incline a lasciare ad ognuno il diritto di
esprimere le proprie idee, le personali valutazioni e tutto quanto proviene dal
noao formativo individuale. Questa è forma di democrazia, e non mi sento
accusato o vilipeso dai pareri personali, se espressi con mezzi e metodi civili
e rivolti a forme di collettività, diversamente dalla critica alla persona. che
invece può essere lesiva della sua immagine e quindi del diritto alla
conservazione della dignità. Premetto questo perché voglio riferire la mia
esperienza da malato, ed in questo ci metto il mio essere e il mio pensare che
è certamente di parte perché mio, e non vorrei che invece fosse considerato di
parte politica, sindacale o altro e criticato come tale. Vuole solo avere un
valore di esperienza personale. dal quale ognuno può trarre o innestare il
proprio pensiero e svilupparne poi qualsivoglia architettura cognitiva. Dunque è capitato anche a me di diventare paziente e “pigiamato” in ospedale. La prima cosa che mi ha ricordato tale situazione è stata quella del mio passato militare, quando esistevano a Baggio i cosiddetti <pigiamisti>, ossia quei soldati che una volta guariti si trattenevano nel luogo di cura non come malati ma come personale della struttura, in appoggio ai regolare addetti per le necessità dei reparti di degenza. Non avevano la possibilità di vestire la divisa, e la loro divisa era il pigiama, poiché occupavano alcuni letti di degenza sorvegliando la camerata; e da questo il loro appellativo. L’ospedale mi è sembrato zeppo di tali figure. Molti malati non sembravano tali se visti da paziente; non sapendone la malattia, erano persone sane che come tutte vivevano lì, confinate in ospedale. Non avevano segni di malattie che ne invalidassero le funzioni o che li facessero sembrare malati. Magari dovevano eseguire esami o in attesa di referti o in cura per terapie endovenose o ancora sottoposti a controlli periodici. Diversamente dai <pigiamisti militari >, che al termine del servizio si recavano in libera uscita per rientrare quando consentito, liberi del pigiama, i miei compagni di sistemazione alberghiera erano reclusi nel loro pigiama e nelle mura del ricovero. Mi sono chiesto se ciò fosse giusto. Perché tali pazienti non dovessero vestire abiti civili in periodi di inattività di cura, e magari uscire e rientrare secondo il proprio programma di assistenza ? Certo devo ammettere che non ho visto nessuno
sofferente di tale situazione, compreso me. Una cosa ho molto apprezzato:
il valore del riposo e dell’affidamento agli altri. Ho spesso letto che
l’ospedale è disumano perché il paziente è un oggetto e il medico non è
comunicativo. Si è passati da una medicina imposta, a scelte di strategia
condivise tra curante e degente. La mia realtà di lavoro vede ancora più del
90% dei pazienti affidarsi completamente al curante, e sebbene ben informato,
poi ritornare quasi completamente incoscio dell’evoluzione delle cure, come se
avesse voluto rimuovere quanto appreso in quei colloqui informativi. Ora ho
capito qualche cosa in più; la beatitudine di ritornare minorenne. La
felicità da paziente di non doversi preoccupare di ciò che dovrà fare, ma di
dovere avere solo fiducia nei suoi mentori, come da bambino con la mamma ed
il papà. Ma perché prodursi problemi, ipotesi, percorsi diversi di cura,
possibilità e ansia di scelta se puoi limitare tutto ciò demandandolo ad
altri. Perché soffrire anche in ospedale di scelte “consapevoli”, e
trasportare, inserito in un pigiama, ciò che vestivi ogni giorno nel difficile
ambito lavorativo, quando la responsabilità più che il lavoro fisico
affaticava la tua vita. Ho apprezzato allora il vero riposo, il riposo
mentale del disinteresse al domani, il riposo fisico totale. Il letto come culla e il
solo pensiero di attendere il thè, la camomilla, la terapia, il giro visita dei
colleghi e poi il pranzo e la cena e gli intervalli di riposo, lontano da tutti
i problemi che ti vogliono per forza accollare. Ho capito il perché tanti
pazienti non vogliono partecipare delle scelte mediche e del loro diritto di non
farlo, della scelta del riposo totale anche mentale che forse più del farmaco
guarisce l’individuo. Ho capito perché i più non si lamentano di essere
in ospedale; ci stanno bene. E’ un periodo di riposo totale, uno dei pochi
momenti di egoismo individuale in
cui pensi a te e solo a te e in cui anche gli altri pensano a te, alla cura del
tuo io. Non ti da fastidio il pigiama. e la relativa temporanea perdita della
privacy, della routine, degli affetti familiari è ben compensata dalla cura del
se. Molto si parla della odiosa tempistica ospedaliera,
descritta come “disumanizzante”, con questo termine che mi rappresenta
l’ospedale come una clinica veterinaria, su cui agire per trasformarla in cura
per umani. Io non ero un privilegiato, degente in camera a quattro letti ho
dormito così bene e così tanto che mi ci è voluto del tempo per riprendermi
della sbronza da eccessivo riposo.
Certo i ritmi seguono le sequenze naturali dell’alternarsi della luce e del
buio. Non si va dormire tardi e non vi sono risvegli compensativi tardivi al
mattino, ma si segue il normale ciclo della luce. Con la piena luminosità del
primo mattino avviene il risveglio con la pulizia della camera, affatto faticoso
per chi si appisola con il tramonto: igiene, quattro chiacchiere tra i malati e
la colazione. Poi si torna a letto come se fosse domenica, sazi, puliti,
arieggiati e pronti a riappisolarsi a pancia piena in attesa della terapia. Ecco
le infermiere, gentili e premurose, viste come tutela della tua persona, uno
scambio di parole e la terapia. e poi l’attesa dei medici, il giro visita, le
novità, il disegno del futuro. Non ho trovato i tempi ospedalieri stressanti;
stressante è quando esegui tanti
esami in poco tempo, saltando i ritmi di intervallo, a digiuno, di corsa tra un
ambulatorio e l’altro. Una gara olimpica alla diagnosi ed alla terapia nel più
breve tempo possibile, perché costi e vai dimesso, perché il DRG vale uguale
se ottenuto in 3 o 5 giorni e la cura del denaro si sostituisce a quella del
paziente. La degenza non è più allora cure e riposo, non è cura del
paziente in senso olistico, ma terapia del pezzo ammalato, riparazione meccanica
di un corpo suddivido in settori. Mi sono chiesto allora se
<<umanizzare>> le cure ospedaliere sia veramente la necessità di
modificare il ritmo della vita del paziente nelle degenze
( peraltro secondo me ottimale se passa nel totale riposo della mente e
del corpo ) oppure impedire che si venga trattati come un pacco di banconote, di
cui sfruttare il massimo interesse, senza badare al fatto che non pacchi siamo
ma individui che hanno pagato e lottato per ottenere le cure. Certo un carenza di privacy è indubbio che esista,
ma sta anche alla persona comportarsi in modo tale che il rispetto
dell’altro sia alla base del proprio comportamento. L’ospedale è un
esempio di vita comunitaria che ritorna nel tempo, come la scuola,
l’ università, lo sport, la colonia o da militare, dove principi
superiori uniscono le persone. Si affronta un collettivo percorso d’insieme
che spesso ci rende più uniti, più maturi e più sani. Non voglio dire che
non sia necessario riformare l’Hotellerie ospedaliera non più adeguata a
questi tempi, ma che non è questo il problema maggiore del momento ed uno dei
problemi da risolvere. Certo è scomodo non usufruire di servizio privato, di
una camera in cui ospitare quando e quanto si vuole amici e famigliari, di spazi
vasti e vedute ispiratrici; ma quanto è bello saper di essere ben curati, ben
assistiti. E’ bello condividere chiacchiere, pensieri, spazi comuni nella
collettiva condizione del tutti uguali. Recuperi fiducia nella vita
nell’usufruire un servizio di cure verso la guarigione affidato ad
altri che si prendono cura di te pur non essendo i tuoi familiari, ma la
rappresentazione testuale dell’ideale della pubblica sussidiarietà centro del
democratico vivere. E poi il cibo; sempre fonte di critiche e
recriminazioni. Certo l’ospedale non è il Savini, ma non si va in ospedale
per degustare e vineggiare. Non a caso si parla di vitto nel riferirsi alla
ristorazione collettiva. Va pensato adeguato alla finalità della struttura.
Deve essere giusto, variato e secondo dieta e patologia. Personalmente non
l’ho trovato disadeguato al fine ed al luogo. Anzi abituato a ricercare lo
speziato, il gustoso e contemporaneamente ciò che mi tenga in linea, ho
apprezzato la sobrietà delle porzioni, il ritorno all’essenziale, al giusto
che sia giusto alimentarsi, all’etica della cura e delle cure. Quasi un
invito a riconsiderare che si mangia per vivere e non si vive per mangiare. Un
invito a considerare che l’eccesso è fonte della più parte delle patologie
degenerative di cui soffriamo e soffriremo; e sappiamo che in questo più che
mille raccomandazioni basta invece per comprendere un solo vero esempio. Non che voglia erigere il cilicio a imperativo di
vita ma certo un periodo di recupero della parsimonia e del buon uso degli
strumenti della vita non fa male a nessuno. Trovo
strano che tutti si sia asceti a parole quando si vuole ma poi ci si lamenti per
piccole difficoltà di adattamento in brevi periodi della nostra vita. Molti evocano le notti insonni, il disturbo dato dai
compagni di sventura che russano o si lamentano o tossiscono. Io trovo tali cose
argomenti ad effetto per coloro che non sanno perché non hanno provato. Il
peggior modo di descrivere l’esperienza del ricovero ospedaliero. La verità è che il lamento del malato stimola
l’attenzione di chi sta meglio. Si produce una assistenza del degente verso
il degente che si esprime in una solidarietà che appaga. Il fastidio di
accorrere in aiuto del compagno sofferente, il porgere il bicchiere, il
sistemare i cuscini, l’aiuto ad alzarsi ecc. ecc. non è sentito come tale ma
come imperativo etico che placa ogni revulsione verso la sofferenza e che
produce sonni tranquilli ad ogni degente, la cui preoccupazione per l’altro
sconfigge la paura per la propria malattia. E’ un
modo di comunione e comunicazione in cui la solidarietà vince
l’egoismo e produce quella tranquillità che i più hanno paura di perdere
nell’ingresso in malattia e in ospedale. Infine: non credo sia necessario proseguire per descrivere ulteriormente la mia esperienza dall’altra parte della barricata. Credo che quanto detto basti per avviare un iter di pensiero che tutti noi come operatori del settore siamo in grado di sviluppare a partire dai pochi spunti che ho tentato di rappresentare. Di certo voglio aggiungere che non si è felici nel
ruolo di malati e in ospedale, ma che questa esperienza vada vissuta nella sua
peculiarità. Credo che non sia né giusto né possibile mantenere ruolo e
tradizione delle proprie abitudine di vita nei luoghi di degenza dove obiettivi
e realtà sono certamente diversi dal vivere senza pigiama. Questo deve
valere soprattutto per contrastare quelle sparate scandalistiche che descrivono
medici e operatori sanitari come custodi di luoghi di cura paragonati più a
gironi danteschi che a <<
Hospitali >>, che nel lessico riconduce ai vecchi
<< luoghi di ospitalità >>. Vorrei che con qualche sforzo
economico si tornasse a parlare dei nostri ospedali come << Hospitali>>
ma non per sola qualità del vitto e tempistica della vita del degente,
piuttosto per cura della persona e rispetto per noi stessi. Marcello Costa Angeli – anche paziente oltre che
curante - Milano li 26.05.02 |
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