21.04.2001

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Il medico oggi. Dirigente?Professionista?Impiegato?o cos’altro!?

 

Vivo una situazione schizoide. 

Ago della bilancia tra la tutela della salute dei pazienti e le necessità di risparmio di uno Stato che affoga nei debiti. Servo di due padroni: l’etica professionale che ispira da sempre i nostri doveri, e gli obblighi aziendali, che richiedono solo profitti. Ogni giorno indosso il camice e ogni giorno mi chiedo a quale altro dovere andrò incontro oltre la cura del paziente; il solo motivo per cui avevo scelto la facoltà di medicina. Leggi, decreti, delibere, regolamenti, indirizzi, ordini, protocolli, linee guida, programmi, obiettivi, note, aggiornamenti obbligatori, bollini colorati; quant’altro ancora inventeranno perché il camice sia sempre più simile ad una  camicia di forza!.

Hanno deciso di ridurre alla ragion di stato l’anelito di libertà e di individualità che da sempre ispira l’atto medico, principio di comunione con il singolo, respinto dalla società perché malato, peso della collettività perché non più produttivo, emarginato dalla sofferenza. La salvaguardia della salute quale principio inderogabile di dignità umana è una ragione che si è  troppo fortemente radicata nel nostro paese e si vuole ricondurre in un alveo di regole che ne limitino l’esercizio. Questo è il reale obiettivo di tutti i recenti atti legislativi in materia di Sanità.

“Panta rei” dicevano i Greci, indicando il naturale scorrere del tempo che lenisce le pene, sana malati e malattie, fa dimenticare le sofferenze e che per noi medici non è più regola valida. Lo scorrere degli anni ha prodotto un progressivo sdoppiamento schizoide della nostra figura che da un lato assurge a dignità “cartacea” di status dirigenziale, di teorica grande libertà e redditualità, e dall’altro invece si arricchisce solo di limiti, obblighi, subordinazioni e scarsa remunerazione economica e morale.

La contraddizione tra status teorico e poteri è assoluta. Le recenti normative delineano figure professionali vendute come nuove ma che di fatto, fanno ciò che sempre hanno fatto: curano i pazienti. Vengono propagandate come spinte al miglioramento dell’atto medico e della professione e sforzi nazionali volti alla maggior tutela dei cittadini. La realtà è diametralmente opposta in quanto tesa a ridurre i costi delle cure. Ci si impone di ridimensionare gli agi dei ricoveri  in cui si sollevava il paziente dalla malattia e la famiglia dall’onere dell’assistenza. Bisogna  ricondurli alla sola terapia dell’acuzie, riversando su parenti, medico di famiglia e sociale l’ambascia della convalescenza e della cronicità. Ospedali e servizi territoriali, una volta diretti da figure mediche, ora sono “imprese” degne di condottieri ricchi di managerialità  ma poveri di scienza medica.

Ma nessun generale è tale se non si è formato nella vita militare. Ecco allora che si aprono corsi per i manager che assomigliano a veri e propri doposcuola di medicina per questi nuovi consoli e tribuni delle legioni mediche. Anche per noi medici si impone “la scuola d’impresa” se si vuole raggiungere l’apice del potere, che però non è la stessa cosa del sapere, del  ben curare, ben assistere, ben confortare, ben lenire la sofferenza.

Potere e guadagno vanno di pari passo ma non coincidono con il ben operare nell’ars medica. Sono invece espressioni del condurre secondo volontà amministrative e politiche  ambulatori, moduli, sezioni, reparti, divisioni, distretti, dipartimenti, presidi, zone, ospedali, policlinici, aziende, e quant’altre suddivisioni conoscete della struttura delle coorti consolari della nuova sanità, senza  nessuna caratteristica di attività professionale ma solo di gestione manageriale.

Ma vediamo le differenze riconosciute tra comportamenti medici e manageriali. I medici hanno come punto di riferimento il paziente e mirano ad ottenere più vantaggi possibili per il suo beneficio, spesso a scapito dei costi, mentre i manager  hanno come scopo primario l’efficienza del sistema. Il professionista è dotato di conoscenze e capacità acquisite con specifica intensa preparazione, mantenute con aggiornamenti continui e validate da associazioni organizzate. Sono diversi dagli altri lavoratori poiché più critici e meno fedeli all’organizzazione, poco inclini a ricevere supporto da supervisori e tendenti a socializzare solo con coloro che posseggono specializzazioni simili. Sono preparati ad agire in modo indipendente con autonomia decisionale e quindi restii ad assumere posizioni subalterne ed a perseguire obiettivi organizzativi potenzialmente in conflitto con gli scopi professionali. Ritengo che tutto ciò sia più di ogni altra cosa una forma di tutela del cittadino che vuole essere curato nel segno dell’etica e non della subordinazione ad altri principi meno tutelari.

Da tali caratteristiche sorge naturalmente un perenne conflitto tra manager e professionismo per le evidenti diversità esistenti tra le diverse finalità, differenti valori, interessi, prospettive, abitudini di lavoro e noao formativo.

Il medico poi ha un bagaglio cognitivo e di esperienza specifico ed esclusivo che non è accessibile a chi non esercita tale professione. Ciò ci ha garantito per molto tempo una rigida spartizione di compiti nell’ambito della gestione dei luoghi di assistenza e della assistenza in cui la leadership è stata per molto tempo solo ed esclusivamente medica. Le decisioni amministrative una volta erano di sola subordinazione alle necessità mediche. Oggi viceversa tale assioma si è capovolto e si vuole che le decisioni mediche siano di sola subordinazione alle necessità amministrative.

E il paziente? Chi lo tutela !?  Il medico nasce da un costrutto deontologico che vede il paziente al centro della sua cura, che lo pone a valutare le azioni dal suo punto di vista. Al contrario il manager lavora secondo un ottica che tiene conto degli obiettivi collettivi massimizzando gli utili da valutare nel complesso della cura di tutti i pazienti. La frattura fra le due tipologie di lavoro sembra insanabile. Da ciò deriva il fallimento odierno di conciliare lo status reale del medico, che si vuole nume tutelare della salute del singolo, con l’impegno di trasformarlo in manager che abbia a cuore il valore economico collettivo del suo operato, ma anche impiegato sottomesso di una struttura aziendale in cui riconoscere una gerarchia che valica il confine della comunione professionale.  Nello stesso tempo deve essere rispettoso dell’etica ma anche duttile nell’applicazione di leggi che contrastano con la deontologia.

Di certo delle molte contraddizioni che si vuole coniugare nella figura del medico per creare “una chimera”  con un nuovo nome rimane insoluta una delle diversità fondamentali esistenti tra medico e manager. Infatti i medici sono usi a fare di più che a fare meno, nell’apostolato ippocratico di curare  e lenire le sofferenze; i manager  sono invece soliti a fare meno che non a fare di più, perché timorosi, al contrario dei medici, di operare  più errori di commissione che di omissione. Una volta la schizofrenia era patologia riconosciuta. Oggi è forse modello di vita.

 

Marcello Costa Angeli.

Milano li 21.4.01

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Questa pagina è stata aggiornata l'ultima volta in data : 24 maggio 2007