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Il medico oggi.
Dirigente?Professionista?Impiegato?o cos’altro!? Vivo una situazione schizoide. Ago della bilancia tra
la tutela della salute dei pazienti e le necessità di risparmio di uno Stato
che affoga nei debiti. Servo di due padroni: l’etica professionale che ispira
da sempre i nostri doveri, e gli obblighi aziendali, che richiedono solo
profitti. Ogni giorno indosso il camice e ogni giorno mi chiedo a quale altro
dovere andrò incontro oltre la cura del paziente; il solo motivo per cui avevo
scelto la facoltà di medicina. Leggi, decreti, delibere, regolamenti,
indirizzi, ordini, protocolli, linee guida, programmi, obiettivi, note,
aggiornamenti obbligatori, bollini colorati; quant’altro ancora inventeranno
perché il camice sia sempre più simile ad una
camicia di forza!. Hanno deciso di ridurre alla ragion di stato
l’anelito di libertà e di individualità che da sempre ispira l’atto medico,
principio di comunione con il singolo, respinto dalla società perché malato,
peso della collettività perché non più produttivo, emarginato dalla
sofferenza. La salvaguardia della salute quale principio inderogabile di dignità
umana è una ragione che si è troppo
fortemente radicata nel nostro paese e si vuole ricondurre in un alveo di regole
che ne limitino l’esercizio. Questo è il reale obiettivo di tutti i recenti
atti legislativi in materia di Sanità. “Panta rei” dicevano i Greci, indicando il naturale scorrere del tempo che lenisce le pene, sana malati e malattie, fa dimenticare le sofferenze e che per noi medici non è più regola valida. Lo scorrere degli anni ha prodotto un progressivo sdoppiamento schizoide della nostra figura che da un lato assurge a dignità “cartacea” di status dirigenziale, di teorica grande libertà e redditualità, e dall’altro invece si arricchisce solo di limiti, obblighi, subordinazioni e scarsa remunerazione economica e morale. La contraddizione tra status teorico e poteri è
assoluta. Le recenti normative delineano figure professionali vendute come
nuove ma che di fatto, fanno ciò che sempre hanno fatto: curano i pazienti.
Vengono propagandate come spinte al miglioramento dell’atto medico e della
professione e sforzi nazionali volti alla maggior tutela dei cittadini. La
realtà è diametralmente opposta in quanto tesa a ridurre i costi delle cure.
Ci si impone di ridimensionare gli agi dei ricoveri in cui si sollevava il paziente dalla malattia e la famiglia
dall’onere dell’assistenza. Bisogna ricondurli
alla sola terapia dell’acuzie, riversando su parenti, medico di famiglia e
sociale l’ambascia della convalescenza e della cronicità. Ospedali e
servizi territoriali, una volta diretti da figure mediche, ora sono
“imprese” degne di condottieri ricchi di managerialità
ma poveri di scienza medica. Ma nessun generale è tale se non si è formato nella
vita militare. Ecco allora che si aprono corsi per i manager che assomigliano a
veri e propri doposcuola di medicina per questi nuovi consoli e tribuni delle
legioni mediche. Anche per noi medici si impone “la scuola d’impresa” se
si vuole raggiungere l’apice del potere, che però non è la stessa cosa del
sapere, del ben curare, ben
assistere, ben confortare, ben lenire la sofferenza. Potere e guadagno vanno di pari passo ma non
coincidono con il ben operare nell’ars medica. Sono invece espressioni del condurre secondo
volontà amministrative e politiche ambulatori,
moduli, sezioni, reparti, divisioni, distretti, dipartimenti, presidi, zone,
ospedali, policlinici, aziende, e quant’altre suddivisioni conoscete della
struttura delle coorti consolari della nuova sanità, senza
nessuna caratteristica di attività professionale ma solo di gestione
manageriale. Ma vediamo le differenze riconosciute tra comportamenti medici e manageriali. I medici hanno come punto di riferimento il paziente e mirano ad ottenere più vantaggi possibili per il suo beneficio, spesso a scapito dei costi, mentre i manager hanno come scopo primario l’efficienza del sistema. Il professionista è dotato di conoscenze e capacità acquisite con specifica intensa preparazione, mantenute con aggiornamenti continui e validate da associazioni organizzate. Sono diversi dagli altri lavoratori poiché più critici e meno fedeli all’organizzazione, poco inclini a ricevere supporto da supervisori e tendenti a socializzare solo con coloro che posseggono specializzazioni simili. Sono preparati ad agire in modo indipendente con autonomia decisionale e quindi restii ad assumere posizioni subalterne ed a perseguire obiettivi organizzativi potenzialmente in conflitto con gli scopi professionali. Ritengo che tutto ciò sia più di ogni altra cosa una forma di tutela del cittadino che vuole essere curato nel segno dell’etica e non della subordinazione ad altri principi meno tutelari. Da tali caratteristiche sorge naturalmente un perenne
conflitto tra manager e professionismo per le evidenti diversità esistenti tra
le diverse finalità, differenti valori, interessi, prospettive, abitudini di
lavoro e noao formativo. Il medico poi ha un bagaglio cognitivo e di
esperienza specifico ed esclusivo che non è accessibile a chi non esercita tale
professione. Ciò ci ha garantito per molto tempo una rigida spartizione di
compiti nell’ambito della gestione dei luoghi di assistenza e della assistenza
in cui la leadership è stata per molto tempo solo ed esclusivamente medica. Le
decisioni amministrative una volta erano di sola subordinazione alle necessità
mediche. Oggi viceversa tale assioma si è capovolto e si vuole che le decisioni
mediche siano di sola subordinazione alle necessità amministrative. E il paziente? Chi lo tutela !? Il medico nasce da un costrutto deontologico che vede il
paziente al centro della sua cura, che lo pone a valutare le azioni dal suo
punto di vista. Al contrario il manager lavora secondo un ottica che tiene conto
degli obiettivi collettivi massimizzando gli utili da valutare nel complesso
della cura di tutti i pazienti. La frattura fra le due tipologie di lavoro
sembra insanabile. Da ciò deriva il fallimento odierno di conciliare lo status
reale del medico, che si vuole nume tutelare della salute del singolo, con
l’impegno di trasformarlo in manager che abbia a cuore il valore economico
collettivo del suo operato, ma anche impiegato sottomesso di una struttura
aziendale in cui riconoscere una gerarchia che valica il confine della comunione
professionale. Nello stesso tempo
deve essere rispettoso dell’etica ma anche duttile nell’applicazione di
leggi che contrastano con la deontologia. Di certo delle molte contraddizioni che si vuole
coniugare nella figura del medico per creare “una chimera”
con un nuovo nome rimane insoluta una delle diversità fondamentali
esistenti tra medico e manager. Infatti i medici sono usi a fare di più che a
fare meno, nell’apostolato ippocratico di curare
e lenire le sofferenze; i manager sono
invece soliti a fare meno che non a fare di più, perché timorosi, al contrario
dei medici, di operare più errori
di commissione che di omissione. Una volta la schizofrenia era patologia
riconosciuta. Oggi è forse modello di vita. Marcello Costa Angeli. Milano li 21.4.01 |
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