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Bisogna saper perdere… Un mazzo di nuove carte fa bella mostra sul tavolo, una nuova partita sta iniziando. Dopo cinque anni la fortuna si è rivolta altrove ed il mazziere è cambiato. Purtroppo non è un gioco anche se la metafora può interpretare bene il rinnovo del governo. Una diversa squadra di giocatori si accinge al tavolo verde a scommettere che finalmente sarà questo il giro buono. La partita vuole capovolgere la fortuna degli Italiani, astanti al tavolo, che nel passato ventennio hanno accumulato montagne di debiti e vane promesse. Amara è la sorte dei perdenti, ma i veri professionisti sanno aspettare in silenzio per approfittare della dea bendata al momento giusto, soffrendo nel profondo, impassibili nelle forme e nell’aspetto. I dilettanti o i livorosi invece non sanno rispettare il contegno del ruolo e cadono nell’ingenuità del rimbrotto o della profezia di sventura. Di questa seconda schiera appare oggi la Ministra di ieri. L’irriducibile giocatrice che con tenacia e determinazione aveva apparecchiato le carte per la futura sanità del terzo millennio. La ricordiamo evocatrice di un “management” inteso come esercizio di uno stretto controllo su Medici considerati indegni di fiducia; ispiratrice di una “centralità” dello Stato che tiene perennemente il banco e distribuisce discrezionalmente le carte; sostenitrice di una “razionalizzazione” poi trasformata in razionamento; impositrice di “rapporti esclusivi” senza diritto di ripensamento. Il suo giro di carte è stato un disastro. Mai tante perdite in un colpo solo. Al termine del giro è stata costretta al ritiro per volontà dei suoi compagni e sotto la spinta degli Italiani che, soliti giocatori in piedi, hanno capito che avrebbero perso con quel mazziere oltre la borsa anche la salute. E’ stata letteralmente “scaricata”; dalla gente, dal partito, e dai “compagni di partito”. Hanno fatto bene, operando da freddi professionisti del tavolo verde, nel tentativo di volgere al bello una pessima previsione metereologica ci hanno salvato dal disastro. Della riforma, imposta per decreto, volutamente si è applicato poco e di quel poco solo quanto avrebbe potuto ben fruttare in termini di recupero del consenso perduto; del resto si è stravolto tutto. I risultati parlano con la forza delle cifre. Circa 3.000.000 sono i miliardi di “esclusività” spesi per rinchiudere i Medici nelle mura aziendali; per fare gli interessi amministrativi e contabili, ma non dei pazienti; per rompere il rapporto di fiducia ippocratico; per obbedire ciecamente al “management”; per rispettare il budget di spesa e di guadagno; per far carriera aumentando la spesa pubblica nella ricerca di qualcuno da curare per forza; per aumentare l’offerta delle prestazioni più redditizie e ridurre l’impegno sociale dell’assistenza senza vantaggi; per scaricare prima e meglio il convalescente ed il vecchietto alla famiglia. Altri 3.000.000 miliardi sono le maggiori spese programmate per l’abolizione dei Tiket, l’ultimo dispendioso tentativo del perdente, disperato Bluff al poker del potere per recuperare un piatto altrimenti perso sul valore delle carte ormai giocate. Altri miliardi sono da preventivare per far partire l’ “educazione medica continua” obbligatoria, se sommiamo a quelli da spendere per i corsi quelli derivanti dalle assenze di lavoro; il tutto per accumulare i nuovi “punti starr” del sapere, saper essere e saper fare (….la collezione dei punti qualità! ). Il vecchio adagio per cui ”tutti i mali non vengono per nuocere” anche oggi non si smentisce. Persa la Bindi, non dobbiamo più deprecare la “forzata esclusività” che ha contribuito ad adeguare gli indecorosi salari dell’80% dei medici ospedalieri. Dobbiamo applicarla secondo ragione, come istituto incentivante, depurando la normativa dalle ingiuste penalizzazioni dei colleghi in extra-moenia nello stipendio e nella carriera, e dobbiamo rendere la possibilità di revoca all’istituto. Dobbiamo centrare il nostro lavoro sul recupero del rapporto di fiducia Medico/Paziente insistendo sulla centralità del Medico come professionista leader della sanità. Medici “sempre” dentro e fuori degli Ospedali. Professionisti che operano il collegamento tra il territorio e i luoghi centralizzati delle cure. Non dirigenti impegnati nelle cure dei processi manageriali aziendali e dei risparmi, ma Medici che si prendano cura delle persone e si incentrino su di esse, che non antepongano il successo economico aziendale all’assistenza, che non si preoccupino solo dell’efficienza ma soprattutto dell’efficacia. Ho sempre sostenuto che i
Medici sono Dirigenti non per dettato legislativo ma per status. Infatti, per
dirla in termini legali, non vi è chi non veda che per avere affidata la vita
di un uomo non si può che svolgere un compito di alta dirigenza e non si ha
bisogno di strutture o impieghi economici per giustificarne l’essenza.
Finalmente quanto detto in tante battaglie in difesa della categoria sembra
essere recepito dalla più alta carica istituzionale della Sanità. Dobbiamo
rallegrarci che un Collega sia di nuovo Ministro di questa istituzione e sembra
quasi strano che per noi Medici e per i cittadini tutti non risuonino foschi
anatemi ma incoraggianti promesse. Marcello Costa Angeli
Milano 14.8.2001 |
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